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"Il pane della carità": moderna pala d'altare in cattedrale per celebrare i santi dell'800 e del 900

In cattedrale a Treviso mons. Gardin ha inaugurato una pala d'altare moderna, "Il pane della carità", dipinta dall'artista Safet Zec per celebrare i santi trevigiani della carità vissuti tra '800 e '900: san Giovanni Antonio Farina, san Pio X, il beato Andrea Giacinto Longhin, santa Giuseppina Bakhita, santa Bertilla Boscardin, il beato Giuseppe Toniolo.

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"Il pane della carità": moderna pala d'altare in cattedrale per celebrare i santi dell'800 e del 900

Una nuova opera d’arte che celebra la carità e i santi e beati trevigiani che l’hanno vissuta tra Ottocento e Novecento. E’ la pala d’altare che inaugurata questa sera, mercoledì 2 ottobre, in cattedrale, da mons. Gianfranco Agostino Gardin, amministratore apostolico della diocesi di Treviso. L'opera è dipinta dall'artista Safet Zec, artista bosniaco, italiano di adozione, riconosciuto dalla critica internazionale tra i massimi interpreti di un figurativo visionario e poetico.

Molte le persone presenti all'inaugurazione, in particolare le le Suore Maestre di santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, fondate da san Giovanni Antonio Farina e le Figlie della carità - Canossiane. Oltre a mons. Gardin erano presenti il vescovo emerito, mons. Paolo Magnani, i canonici del Capitolo della Cattedrale, i sacerdoti oblati, la comunità Teologica del Seminario, con il rettore e altri sacerdoti insegnanti ed educatori, il Consiglio diocesano di Azione cattolica.

La serata, arricchita da intermezzi musicali curati dal maestro Andrea Marcon all'organo e dal VenEthos ensemble (Giacomo Catana, violino; Mauro Spinazzè, violino; Massimo Raccanelli, violoncello), è stata introdotta da don Paolo Barbisan, direttore dell'ufficio diocesano per i Beni culturali e l'Arte sacra, che, dopo aver conosciuto Zec e la sua arte, lo ha proposto alcuni mesi fa per la realizzazione dell'opera, curandone i rapporti con la Diocesi e seguendo lo sviluppo della pala.

Don Paolo, raccontando la genesi dell'opera d'arte, ha parlato di una "sacra conversazione tra i personaggi rappresentati, attorno a Cristo che distribuisce il pane: il pane eucaristico, della carità e della sussistenza quotidiana".

A presentare Zec e l'opera realizzata per la chiesa cattedrale di Treviso, il prof. Giandomenico Romanelli, già direttore dei Musei civici di Venezia, che ha messo in risalto le particolarità del dipinto, la citazione di elementi classici, la centralità del colore bianco nell'insieme del "catino umano" che contiene i santi trevigiani. "Un'opera pensata, desiderata, ora sta lì, al suo posto. Sono contento" ha detto Safet Zec.

La chiesa cattedrale, chiesa del Vescovo, chiesa madre di tutte le chiese della diocesi, è la custode dei simboli e dei santi della storia di una diocesi. Essa è cambiata nei secoli, poiché ogni epoca vi ha lasciato un’impronta e segni ancora leggibili a cominciare dal primo battistero, all’altare della confessione dei protomartiri Teonisto, Tabra e Tabrata, dalla cripta all’arca del beato Enrico divenuta altare, dalle tombe dei vescovi alle testimonianze dell’arte e delle forme della devozione che i fedeli quotidianamente esprimono nei confronti della Vergine e dei santi che vi sono venerati.

In questa lunga storia di fede e devozione ora ha trovato posto la pala dell’artista Safet Zec, celebrativa dei santi della Chiesa di Treviso, vissuti tra Ottocento e Novecento. Sono rappresentati S. Pio X e i vescovi S. Giovanni Antonio Farina e il beato Andrea G. Longhin, e poi S. Maria Bertilla, suora dorotea, e S. Giuseppina Bakhita, canossiana; infine, il beato Giuseppe Toniolo. Tutti protagonisti e interpreti con le loro vite, in diversi ambiti e con i loro carismi, della carità evangelica.

Mons. Gardin ha parlato di "sogno realizzato" e di "dovere di memoria". "Il cristianesimo è soprattutto memoria, memoria di Gesù - ha detto -. Non possiamo non fare memoria di coloro che di Gesù sono stati testimoni capaci di virtù e coerenza. E' il racconto della storia della nostra Chiesa, di persone che non solo hanno donato il pane, ma si sono fatte pane. Grazie di questo dono".

Illustrando l'opera, mons. Gardin ha citato la descrizione che ne ha fatto mons. Giuseppe Rizzo nella Vita del popolo della scorsa settimana. "L’elemento centrale e unificante è il pane, richiamo eloquente al pane eucaristico e al pane spezzato della carità, poiché ognuno dei santi rappresentati è testimone di una delle forme  della carità di Cristo. La scena prende vita dal suo centro dove sta il Signore Gesù, assiso  tra i nostri santi, in atto di consegnare ad essi il pane, come nella pagina evangelica della moltiplicazione dei pani. Attorno a Gesù è radunata la Chiesa di Treviso e i ministeri della carità che essa ha esercitato: il ministero ordinato, nella figura di S. Pio X e dei vescovi S. Giovanni Antonio Farina e beato Andrea G. Longhin. Il grande cesto dei pani di S. Pio X ricorda la rinnovata pratica eucaristica da lui promossa e, soprattutto, il dono dell’eucaristia che egli ha fatto ai fanciulli. Il pane fra le mani di S. Giovanni A. Farina è memoria della carità lungimirante che  ha fatto di lui, in un secolo difficile per il dialogo tra la Chiesa e il mondo, il profeta della scelta amorevole e rigorosa degli ultimi, carisma che ha consegnato alle sue figlie. Il beato Longhin congiunge le sue mani disarmate, alzate al cielo nella tragedia della guerra:  pane fu la sua preghiera, la sua fede,  la sua parola, il suo coraggio, l’incrollabile fiducia seminata negli anni  della ricostruzione. S. Maria Bertilla, suora dorotea figlia del Farina, attiva accanto ai malati nell'ospedale di Treviso, e S. Giuseppina Bakhita, canossiana, sono la presenza essenziale dei carismi. Ogni carisma è un pane donato per sempre e senza misura , e ogni uomo e donna consacrati nei voti  sono pane per l’umanità. Bertilla fu un pane donato e mangiato dai malati, dai soldati feriti della I guerra mondiale, dai bambini difterici. Giuseppina Bakhita è il pane misterioso macinato nel dolore della schiavitù e delle torture, profezia salvifica del dolore che ancora oggi tortura e fa schiavi tanti uomini e donne nel mondo. Il beato Giuseppe Toniolo rappresenta il laicato cattolico, il cristianesimo adulto e attivo che si prende cura degli uomini, mettendo a servizio della società la scienza illuminata dalla sapienza cristiana. Egli tiene un pane fra le mani: è la carità della scienza economica cristianamente ispirata che tanto ha contribuito alla formazione della dottrina sociale della Chiesa. Il quadro lascia intravedere una teoria di persone portatrici di pane che entrano discretamente nella scena, come ognuno di noi quando, con piccoli gesti di carità, mette  nelle mani di Gesù e della sua Chiesa il pane della carità. Anche così si racconta la storia della nostra Chiesa. E ciascuno di coloro che si fermeranno di fronte alla pala è autorizzato ad aggiungere altri protagonisti della carità, figli dalla nostra Chiesa di  ieri e di  oggi".

Al termine mons. Gardin ha benedetto la pala e ha recitato, insieme ai presenti, una preghiera composta per l'occasione.

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