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Il perdono, quel dono senza misura - XXIV domenica del tempo ordinario

E’ possibile che Dio ponga una “condizione” al suo perdono? Non si tratta di un suo dono assolutamente gratuito? Certamente il suo perdono precede e anticipa, come risulta evidente dalla parabola. Il problema è che, se tale perdono non viene pienamente accolto, ossia, se non trasforma la vita di colui al quale viene offerto, risulta inefficace

Il perdono, quel dono senza misura - XXIV domenica del tempo ordinario

Il tema di questa domenica è il perdono, ricevuto e donato. Dio è la sorgente del perdono, in quanto egli “perdona tutte le tue colpe” e la “sua misericordia è potente” (Sal 102): ma si tratta di un dono che può essere accolto, o rifiutato.

Se non perdonerete di cuore

Dopo aver ascoltato l’invito a una correzione fraterna libera, ma caratterizzata dal rispetto e sempre con l’obiettivo di cercare il bene del proprio fratello (Mt 18,15-20), Pietro, a nome anche di tutti gli altri discepoli (Mt 18,21-35), pone una domanda che aiuta a cogliere un particolare del testo di domenica scorsa che potrebbe essere sfuggito alla nostra attenzione: Gesù dice “se il tuo fratello commette una colpa contro di te” e non semplicemente “se il tuo fratello commette una colpa”. Quel “contro di te” ha il potere di ravvivare ferite profonde, magari nascoste, e rende più difficile l’esercizio di una correzione fraterna serena e costruttiva. Pietro, in questo caso, sembra esserne consapevole e si propone, con la carica di entusiasmo che lo caratterizza, di essere particolarmente generoso nei confronti di chi commetta una colpa “contro di lui”: mentre la tradizione biblica suggeriva, al massimo, di perdonare fino a “tre volte” (cf. Gb 33,29), egli si allarga giungendo addirittura fino a “sette volte”. Ma Gesù lo spiazza, proponendo di perdonare fino a settanta volte sette, cioè, senza misura. Ma come è possibile? La parabola raccontata da Gesù offre alcune importanti indicazioni in proposito: se anche avessi perdonato fino a sette volte, ma all’ottava il tuo cuore si chiudesse nei confronti del fratello, non sarebbe più possibile aprirne le porte per accogliere il perdono del Signore.

Rancore e ira sono cose orribili

Un re vanta nei confronti di un suo “servo” un credito di diecimila talenti. Se è corretto approssimare il valore di un talento a circa venticinquemila euro, si tratta di un debito enorme, nell’ordine delle centinaia di milioni: al di là dell’espressione iperbolica, si dovrà immaginare che Gesù avesse in mente non tanto uno “schiavo”, ma qualcosa di simile a un capo di stato “vassallo” con debiti nei confronti dell’amministrazione centrale. In ogni caso, tale debito viene totalmente condonato, a motivo della supplica di quel “servo”. Questo fatto avrebbe dovuto riempire di gioia chi ha ricevuto tale dono, portandolo a condividerlo con altri, compreso colui che gli doveva “solo” cento denari (un denaro è la paga giornaliera di un operaio). La sproporzione tra i due debiti è evidente: da una parte il bilancio di un piccolo stato, dall’altra una cifra che, con un po’ di pazienza, anche un semplice lavoratore può essere in grado di recuperare. Ma l’uomo che si è visto condonare un debito così immenso, non è capace di fare altrettanto con un suo subalterno che gli deve una cifra assolutamente modica. La conseguenza è terribile: “il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”.

È forse possibile che Dio ponga una “condizione” al suo perdono? Non si tratta di un suo dono assolutamente gratuito e preveniente? Certamente il suo perdono precede e anticipa, come risulta evidente dalla parabola. Il problema è che, se tale perdono non viene pienamente accolto, ossia, se non trasforma la vita di colui al quale viene offerto, risulta inefficace: non per una mancanza da parte di Dio, ma per la chiusura da parte dell’uomo. Lo aveva ben chiaro il saggio autore del libro del Siracide: se un uomo “conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?” (Sir 27,30-28,7).

Ricordati delle fine e smetti di odiare

Quando il rancore “chiude” il cuore dell’uomo, lo fa nei confronti di tutti: chi è abitato dal rancore si trova, senza rendersene conto, chiuso anche nei confronti di altri, a cui magari ritiene di voler bene; si trova chiuso nei confronti di Dio. Dio rimane la sorgente del perdono, di un dono sovrabbondante e senza misura: ma un cuore chiuso nell’ira, nel rancore o nel risentimento, non sarà mai capace di accogliere tale grazia fino in fondo. Il Siracide conclude con un invito: “Ricordati della fine e smetti di odiare”. San Paolo, in una prospettiva più positiva, riparte dal dono “originario”: “Cristo è morto ed è ritornato alla vita”. Perciò, nessuno più vive per se stesso, né muore per se stesso: ciò che sembra impossibile con le sole nostre forze, è reso possibile per chi vive “nel Signore” (Rm 14,7-9).

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