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Il seme buono che cresce

Gesù risponde a chi lo accusa di non aver ancora eliminato il male dal mondo continuando a seminare il seme buono senza paura e senza riserva: questo porterà frutto anche se avrà a che fare con la zizzania

Il seme buono che cresce

Gesù parla un linguaggio comprensibile a tutti, attento alla natura che lo circonda e rispettoso dei “tempi” di ciascuno: siamo chiamati a imparare da Gesù il rispetto dei nostri tempi, di quelli altrui e di quelli del creato; chi vive in questo modo ravviva la propria “somiglianza” con Dio che, come l’Antico Testamento aveva già intuito, si rivela paziente e rispettoso dei tempi dell’uomo.

È il più piccolo di tutti i semi

Il Vangelo propone tre parabole che vengono illuminate e traggono luce da quella del seminatore, ascoltata domenica scorsa (Mt 13,24-43). Nella prima (Mt 13,24-30), poi spiegata esplicitamente da Gesù a coloro entrano “in casa” con lui (Mt 13,36-43), qualcuno ha seminato della zizzania nel campo dove il padrone aveva seminato il seme buono; nella seconda, un seme apparentemente insignificante per la sua piccolezza, si dimostra capace di dar vita a una pianta molto grande (Mt 13,31-32); nella terza, con l’immagine del lievito che fa lievitare tutta la pasta, si ribadisce come ancora una realtà quasi invisibile possa essere capace di trasformare una massa molto più grande (Mt 13,33). A conclusione delle tre parabole, l’evangelista nota nuovamente come il linguaggio parabolico fosse riservato alle folle (Mt 13,34-35): però, mediante la citazione del Salmo 78, si precisa che tale modalità di espressione non ha lo scopo di “nascondere” il messaggio di Gesù ma, al contrario, di far conoscere a tutti le “cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.

L’interpretazione delle ultime due parabole è molto semplice. Il regno dei cieli è come un granellino di senape, o come un po’ di lievito: all’apparenza, sono realtà insignificanti, la cui azione non è immediatamente visibile e neanche immaginabile. Chi può pensare che un semino così piccolo possa produrre una pianta così grande, se non lo ha visto con i propri occhi, o se qualcuno non glielo ha insegnato? O chi può immaginare che poco lievito possa provocare una reazione così straordinaria su una grande massa di pasta? È questa la logica del “regno dei cieli”: chi si lascia trasformare dalla grazia di Dio, anche se appare debole e insignificante, ha la forza di trasformare il mondo senza imporsi con la violenza e con la forza.

Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme

La parabola del grano e della zizzania, in effetti, dichiara che Gesù – il Figlio dell’uomo – non si spaventa se qualcuno ha seminato per invidia la zizzania in mezzo al suo campo di grano buono; egli non ha l’urgenza di “eliminare” i malvagi, perché sa bene che sarà in grado di distinguere, al momento del raccolto, il grano buono dalla zizzania. Risponde a chi lo accusa di non aver ancora eliminato il male dal mondo continuando a seminare il seme buono senza paura e senza riserva: questo porterà frutto anche se nella sua crescita avrà a che fare con la zizzania. Mentre stanno ancora crescendo, le due piante possono facilmente essere confuse. Solo alla fine si potrà dire chi è stato “grano buono” e chi, invece, “zizzania”: fino ad allora, nessuno presuma di se stesso, né giudichi gli altri, perché il giudizio certamente ci sarà, ma non spetta a noi.
La prima lettura (Sap 12,13.16-19) offre una conferma: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto”. Dio non è incapace di “fare giustizia”, come si potrebbe pensare, vedendo che i prepotenti e i malvagi dominano il mondo: “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza” perché “quando vuoi, tu eserciti il potere”. Dio è così forte da potersi mostrare indulgente con tutti; non ha paura di essere considerato debole, perché non lo è! Offre sempre la possibilità di vivere il pentimento, dopo i peccati: e in questo mondo invita tutti ad avere lo stesso atteggiamento nei confronti degli altri uomini.

Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza

Il denso passaggio proposto come seconda lettura (Rm 8,26-27), prendendo atto della debolezza dell’uomo, annuncia che tale inadeguatezza non deve spaventare: “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza”. San Paolo constata che, pur essendo stati rinnovati dalla grazia del battesimo, siamo ancora tanto deboli da non sapere nemmeno che cosa sia giusto chiedere a Dio nelle nostre preghiere. Ma se lasciamo fare allo Spirito Santo, egli “intercede con gemiti inesprimibili”: partecipa alle nostre sofferenze e offre espressione ai nostri “gemiti” più profondi, orientandoli alla piena comprensione e accoglienza dei “disegni di Dio” su di noi.

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