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Il trevigiano Dario racconta il dialogo con il Papa e la sua domanda "scomoda"

Tra i tre giovani che hanno dialogato con il Papa in occasione dell'incontro dell'11 agosto al Circo Massimo anche un giovane della diocesi di Treviso, Dario D’Orso, 27 anni di Vedelago, infermiere in un reparto di cure palliative. Francesco lo ha ringraziato per la sua domanda, sul senso della vita e della morte, sul perché Dio permette tutti questi lutti, sulla distanza e la chiusura della Chiesa soprattutto verso i giovani. 

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Il trevigiano Dario racconta il dialogo con il Papa e la sua domanda "scomoda"

Ai 70mila giovani italiani che si sono dati appuntamento al Circo Massimo l’11 agosto, il Papa ha chiesto di correre forte, con passi più veloci di quelli degli adulti, come ha fatto Giovanni andando verso il sepolcro vuoto di Gesù. L’altro modello additato ai giovani è san Francesco d’Assisi: un giovane che ha sognato in grande e ha cambiato la storia dell’Italia. “Non abbiamo paura”, l’invito finale.
Tra i tre giovani che hanno dialogato con il Papa anche un giovane della diocesi di Treviso, Dario D’Orso, 27 anni di Vedelago, infermiere in un reparto di cure palliative. Papa Francesco lo ha ringraziato per la sua domanda “scomoda” (che gli permetteva di dire anche “quattro cose cattive”), sul senso della vita e della morte, sul perché Dio permette tutti questi lutti, sulla distanza e la chiusura della Chiesa soprattutto verso i giovani, anche a causa di “inutili fasti e frequenti scandali”.  
Don Michele Falabretti, responsabile nazionale della Pastorale giovanile, aveva chiesto al gruppo trevigiano, uno dei più numerosi, e a don Andrea Guidone, di incaricare un giovane a porre la domanda al Papa, avendo il coraggio e la freddezza di leggerla davanti al Pontefice e a 70.000 persone. E la scelta è caduta su Dario. Quali temi toccasse quella domanda, “al 95% sono parole mie”, ci dice, lo sapevano solo lui, don Michele e il Papa. “Ero emozionato, ma non agitato al momento di leggere. Davanti avevo il Papa che, anche con la sua risposta che ho ascoltato attentamente, mi è parso come un bravo nonno che, con umanità e serenità, ti dà consigli belli e utili. I temi della domanda li avevo pensati sulla base della mia esperienza di infermiere a contatto giornalmente con malati terminali all’hospice Casa dei Gelsi. E poi le critiche alla Chiesa sono quelle che sento sulla bocca dei giovani, anche di coloro che seguo come animatore, una Chiesa che non è aperta e disponibile all’ascolto”. “Lo scandalo è una Chiesa formale, non testimoniale - ha risposto papa Francesco -. E’ una Chiesa chiusa, che non esce. Gesù ci insegna questo cammino di uscita da se stessi, il cammino della testimonianza. Lo scandalo è questo. Gesù bussa alla porta, ma da dentro, perché lo lasciamo uscire. Senza testimonianza lo teniamo prigioniero delle nostre formalità, delle nostre chiusure, del nostro egoismo, del clericalismo”. Un monito ai sacerdoti, ma non solo.
Al suo ritorno al lavoro Dario è stato ringraziato dal direttore sanitario dottor Orlando per la domanda posta al Papa, anche perché ha permesso di mettere in primo piano gli operatori sanitari, lodati da papa Francesco per il loro delicato ruolo di accompagnamento delle persone nella sofferenza, soprattutto quando si avvicina la morte.

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