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L’accoglienza del povero e del giusto - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il ricco, il povero Lazzaro e la giustizia di Dio

L’accoglienza del povero e del giusto - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Le letture di questa domenica continuano a insistere sul pericolo delle ricchezze e sull’importanza dell’accoglienza dei poveri: chi accoglie il povero sarà da lui accolto nel regno dei Cieli.

Un povero di nome Lazzaro
La prima scena del Vangelo è descritta molto brevemente, poiché non ha alcunché di originale, richiamando scene che continuano, purtroppo, ad essere “normali”: un ricco, di cui non ci viene detto il nome, si gode beatamente i suoi abbondanti banchetti; un povero, di cui invece si conosce bene il nome, sta fuori a mendicare, sperando che gli vengano dati almeno degli avanzi. Solo i cani si “prendono cura” di lui.
Al momento della morte, però, avviene un inatteso capovolgimento: innanzitutto la morte fa da “livella”, come la definì Totò in una sua poesia, portandosi con sé sia Lazzaro che il ricco. Il primo, però, fu portato accanto ad Abramo, mentre del secondo si dice che “fu sepolto” e venne a trovarsi negli inferi tra i tormenti: il più terribile di questi, probabilmente, consisteva nel vedere di lontano Lazzaro felice, senza poterlo però raggiungere.
Di fronte alla richiesta di mandargli Lazzaro a “intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua” (Lc 16,24), Abramo gli ricorda che lui ha già goduto dei suoi beni, mentre Lazzaro ha patito sulla terra e perciò ora si trova nella consolazione. Si noti che il ricco conosceva il povero per nome: non si è trattato di una occasione estemporanea nella quale non sarebbe riuscito ad aiutarlo, ma per lungo tempo, pur conoscendo la sua indigenza, ha perseverato in quella forma di profonda ingiustizia. Ma ormai la condizione di entrambi è irreversibile, come dichiara Abramo: “tra noi e voi è fissato un grande abisso” (Lc 16,26).

Ma Dio rende giustizia agli oppressi?
I profeti in proposito erano stati chiari. La prima lettura riporta un duro ammonimento del profeta Amos nei confronti dei ricchi di Samaria (Am 8,4-7). Quello che egli aveva minacciato, purtroppo, si avvererà con la distruzione della città da parte degli Assiri (722-721 a.C.): la popolazione sarà deportata, ben prima del più celebre Esilio babilonese (586 a.C.). In entrambi i casi per gli Autori sacri motivo di tali catastrofi sono l’infedeltà alla Legge e le ingiustizie perpetrate dai potenti e dai ricchi (regnanti compresi): Dio non può dimenticarsi del povero, lasciando impuniti coloro che sperperano ricchezze senza farsi carico di chi soffre. Il Salmo 145, infatti, invita a lodare il Signore perché egli “rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati…”: per la fede del salmista l’intervento di Dio che rovescia la situazione appare certo.
Ma come spiegare la fine di persone come il povero Lazzaro, morte nella totale indigenza? Dio si è forse dimenticato di intervenire? La fede biblica nella vita dopo la morte prende origine proprio da simili domande: se il giusto, il povero e l’oppresso muoiono, nonostante la loro fedeltà all’alleanza, è forse possibile che Dio sia “infedele”? No! Manterrà la sua promessa, in un modo o nell’altro; se non in questa vita, lo farà dopo la morte!

Hanno Mosè e i profeti: ascoltino loro
Gesù conosce coloro che ha di fronte: si tratta dei farisei, di cui si dice che “erano attaccati al denaro” e “ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui” (Lc 16,14). Nonostante la presentazione non proprio lusinghiera, occorre riconoscere loro il merito di aver approfondito la questione della vita dopo la morte, proprio a partire dal postulato della fedeltà di Dio: il giusto sarà certamente accolto in paradiso da Abramo.
Gesù, non senza ironia, fa propria la loro idea di vita dopo la morte, presentando Abramo come punto di riferimento per chi varca le soglie della morte. Ma nel dialogo con il ricco offre due risposte inattese. Questi sembra finalmente preoccuparsi di qualcosa di diverso dalla soddisfazione dei suoi desideri, chiedendo che Lazzaro sia inviato ad avvertire i suoi cinque fratelli i quali, evidentemente, tenevano uno stile di vita simile al suo. Ma Abramo non accoglie la richiesta: affermando che “hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro” (Lc 16,29), indica che, come si è visto nel testo del profeta Amos, sono chiare le “priorità” per chi vuole vivere la fedeltà a Dio. In secondo luogo, con un tono di profezia, sembra prevedere quel che succederà dopo la risurrezione di Gesù: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,31).
Durante la prossima settimana si suggerisce di leggere Lc 17,1-4.

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