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L’amore necessario per il nemico - VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il criterio di Gesù appare chiaro: se reagisci al male che hai patito con il bene, sovrabbondante e inatteso, quel male non sarà capace di nuocerti, perché non lo hai lasciato entrare nel tuo cuore

L’amore necessario per il nemico - VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Con le ultime due “antitesi” si conclude il capitolo V del Vangelo di Matteo, che costituisce l’introduzione solenne al lungo Discorso della montagna. Quest’anno, per una coincidenza provvidenziale, si continuerà a leggere nel Mercoledì delle Ceneri la prima parte del capitolo sesto, mentre nelle successive domeniche di Quaresima si interromperà la lettura quasi continua del Primo Vangelo.
Amate i vostri nemici
Il brano odierno presenta due indicazioni fondamentali: il superamento della “legge del taglione” e il comandamento dell’amore verso i nemici (Mt 5,38-48). Quest’ultimo si comprenderà meglio alla luce della prima lettura. Sul primo, invece, si possono fare subito alcune semplici osservazioni. Innanzitutto, l’espressione “occhio per occhio e dente per dente”, che potrebbe apparire come un invito alla vendetta, rappresentava, al contrario, un’importante limitazione al desiderio di vendetta. Come a dire: “Se proprio devi vendicarti di un torto subìto, non lasciare che la tua ira provochi una reazione eccessiva, ma ripaga chi ti ha fatto del male con una misura di male proporzionata”. Sembrerà poco, ma in effetti si tratta di una capacità di autocontrollo per nulla scontata.
Gesù, però, va ben oltre, non limitandosi ad “arginare” il male, ma indicando la strada per sconfiggerlo, rispondendovi “con il bene”. Porgi l’altra guancia, invece di reagire, perché chi ti ha schiaffeggiato abbia la possibilità di ripetere quel gesto di offesa, confidando nel fatto che quel tuo gesto possa “disarmarlo”. Se uno pretende da te la tunica, tu lasciagli anche il mantello, il tuo unico riparo: consegnandogli in mano la tua stessa vita, potrebbe rendersi conto di ciò che sta facendo e cambiare atteggiamento. Se uno ti costringe a camminare con lui tu, liberamente, condividi più strada di quanto egli ti abbia chiesto. Se uno ti chiede un prestito, non rifiutarglielo, anche se dubiti che potrà restituire: consideralo un regalo.
Sembrano espressioni paradossali e forse, almeno in parte, lo sono. Ma il criterio appare chiaro: se per un torto subìto ti lasci portare al male, quel male avrà ottenuto la vittoria su di te; al contrario, se reagisci al male che hai patito con il bene, sovrabbondante e inatteso, quel male non sarà capace di nuocerti, perché non lo hai lasciato entrare nel tuo cuore.
Amerai il tuo prossimo come te stesso
La prima lettura (Lv 19,1-2.17-18) si pone in piena continuità con il Vangelo di domenica scorsa, nel quale Gesù aveva invitato a vigilare sul sentimento dell’ira, fin da quando questa comincia ad affiorare nel cuore (Mt 5,21-22). Il testo del Levitico permette di intuire in che senso Gesù sia davvero venuto a “dare compimento” al comandamento: “non uccidere”. Proprio come Gesù, infatti, il testo che si trova al cuore della Torah raccomanda di non “covare odio contro il tuo fratello”, ma di rimproverare “apertamente il tuo prossimo” (piuttosto che parlare male di lui alle spalle) e di non vendicarsi, né “serbare rancore contro i figli del tuo popolo”. In altre parole, di amare “il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). In questo caso appare chiaro che Gesù rilegge e mette in luce alcune indicazioni dell’AT.
Ma quando Gesù afferma: “Avete inteso che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”, ci si chiede in quale passo biblico si trovino insieme il comandamento dell’amore al prossimo e quello dell’odio contro il nemico. A ben vedere, non si trova proprio l’esplicito comandamento di “odiare”. Si può, però, leggere in maniera riduttiva il testo del Levitico, pensando che le indicazioni ivi riportate riguardino “esclusivamente” il fratello, il prossimo, i “figli del tuo popolo”, come se tutti gli altri, invece, si potessero tranquillamente odiare! Probabilmente Gesù sapeva che alcuni suoi contemporanei la pensavano così. Quel bellissimo testo biblico, al contrario, quando invita a non covare ira, rancore, odio e maldicenze nei confronti dei propri familiari, o di chi appartiene al proprio popolo, non intende affatto escludere gli altri, quanto piuttosto incoraggiare a vivere tale atteggiamento nelle relazioni più vicine: altrimenti sarebbe un’illusione pensare di poterlo vivere con “quelli di fuori”.
Il Signore è buono e grande nell’amore
Il modo di agire di Dio è il criterio di riferimento: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. A tale impegnativo comando la liturgia invita a rispondere con una straordinaria professione di fede: “Il Signore è buono e grande nell’amore” (Sal 102).

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