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L'attesa della Pasqua guidati dallo Spirito Santo

Il deserto da attraversare non è uno spazio geografico, ma il coraggio di entrare nelle nostre profondità lasciandoci guardare da Dio. Siamo chiamati a far abitare Gesù nella nostra persona, stimolo che ci sollecita.

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L'attesa della Pasqua guidati dallo Spirito Santo

La prospettiva pasquale è centrale nella Quaresima, una pedagogia per attraversarla e nello stesso tempo una meta verso cui camminare. Non è dunque il profilo volontaristico del tempo quaresimale il punto su cui la vita cristiana si concentra, ma l’Evento pasquale che illumina ogni nostro itinerario. La Quaresima non si fonda su un volontarismo umano di chi è più coraggioso e devoto. Essa ci educa al primato dell’esperienza di Dio, converte le nostre responsabilità umane, sociali e religiose in un servizio che promuove l’uomo, a partire dal più provato e impoverito, quale imitazione esistenziale di Cristo oggi. Ciascuno di noi oggi può essere il suo cuore, il suo sguardo, la sua accoglienza, la sua dedizione. Se la preghiera non educa e non accende il fuoco di Cristo, è inutile e i nostri riti disgustano Dio (Cf Is 1,10-17). L’uomo è il luogo privilegiato dell’incontro religioso. Ogni tradizione, ogni legge è vera se conduce all’amore, se custodisce l’uomo come Dio lo desidera. Interpretare la Scrittura Santa e riscriverla nel nostro contesto, orientandoci ogni giorno secondo il progetto luminoso di Dio, è il compito che ci attende. Occorre ripensare a una fedeltà innovativa, capace di liberarci da gesti improduttivi, che non incidono sulla storia travagliata che viviamo. La Quaresima si apre con Gesù sospinto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato da Satana. Non è un ricordo lontano, che riguarda l’uomo di Nazaret, ma la provocazione e l’urgenza di riscrivere la storia pasquale. L’evangelista Marco (cap 1,12-13) è laconico al confronto con Matteo (cap 4) che ci offre un quadro di confronto più articolato.

La tentazione è attuale come pure le risposte guidate dallo Spirito, che ci aiutano a concretizzare l’obbedienza alla Parola senza addomesticarla. Prendiamo coscienza, attraverso la Scrittura, che Dio intende salvarci dalle derive del male. Egli è benevolenza e tenerezza paterna, si dona a noi in Gesù e ci chiama sul medesimo cammino di vita e di scelte.
La tentazione posta a Gesù diviene la nostra quando pretendiamo soluzioni miracolose, quando chiediamo l’intervento di Dio a ogni piè sospinto. Tentare Dio è chiedere che ci provveda direttamente, senza coinvolgerci. Dio chiede invece che la nostra vita sia restituita nell’umano, per soccorrere, guarire, educare. E’ tentazione gestire l’esperienza religiosa come un diritto privato o un privilegio, ignorando i bisogni dell’altro, da qualsiasi terra egli giunga. E’ tentazione gestire i ruoli e le istituzioni, o anche le stesse liturgie sacramentali come occasione di potere e di prestigio. E’ tentazione anche il cultualismo devoto che crede di nutrirsi della Parola.
Attraversiamo il deserto del tempo…
Il Vangelo ci avverte che c’è sempre un ostacolo insidioso da superare: la “strumentalizzazione della Parola” sia nell’ambito personale che ecclesiale.
Gesù fugge da queste derive, opera del maligno, e proclama l’ora della sua Missione affermando che lo Spirito del Padre lo impegna e lo invia ai poveri, a liberare chi è imprigionato dalla malvagità, a restituire la vista a chi è accecato dall’egoismo, per offrire a tutti un tempo di benevolenza del Signore (cf Lc 4,18-21). Ciascuno di noi è sottoposto alla tentazione e ogni ruolo può rivelare aspetti ambigui, quando rinuncia a discernere, nell’attuale complessità le scelte che gonfiano le ingiustizie, con la prevaricazione sui più deboli.
Non presumiamo di liquidare l’impegno radicale del Vangelo con facili ascesi autogiustificanti. La Quaresima nasce come occasione propizia per seguire Gesù sulle vie, anche aspre, che chiedono il nostro dono. L’esodo quaresimale ci chiede di imparare a guardare all’uomo e al suo habitat come Dio lo guarda e lo custodisce, di non assolutizzare beni effimeri, di ripensare il lavoro come dimensione evangelica, che favorisce la nostra crescita e quella degli altri. Difendere la vita e la storia dal degrado e dallo sfruttamento fa parte del compito pasquale, che mette fine alla spirale del male e fa risorgere creature nuove.
C’è un’esemplarità di Cristo da riscoprire, da approfondire e assimilare nel cammino quaresimale, traguardata alla Pasqua ed è la sconfitta delle forze negative che corrodono e uccidono, per ricostruire l’uomo nuovo secondo Cristo.
Riconsiderare questi orizzonti di rinnovamento, è un compito che umanizza il tessuto sociale, ma rende anche vero l’impegno di preghiera. Gesù garantisce la strada della vera obbedienza alla Parola, riproponendo il servizio dell’amore. La via evangelica non è stranezza di vita, ma legge di risurrezione.
Se c’è un rammarico, oggi, è quello di non amare queste prospettive di vita, di impegno, per carenza di educazione familiare, ecclesiale, o perché troppo concentrati su aspetti marginali, anche religiosi. Le tensioni permangono nella tradizione cristiana. L’immagine stessa di Dio è spesso stata tradita da una eredità che ne ha nascosto il volto benevolente. Si teme di dire che Dio è più grande di ogni fragilità umana, più forte della malvagità che attraversa anche i nostri cuori, più sorprendente nella sua gratuità e nel suo desiderio di farci grazia. Si ha quasi paura di pensare al Dio che non può rinunciare a dire l’ultima parola sulla vicenda umana. Egli non è il Dio della retribuzione, ma della benevolenza fedele, che fa grazia e mantiene le promesse. Dio sa rendersi presente in modo pasquale perché distrugge la malvagità e fa risorgere ogni vita, anche la più compromessa. Egli, che è Padre e Madre, generatore della vita, non si rassegnerà mai di perderci.  
“Viviamo in Cristo”
In questa logica l’obbedienza allo Spirito è profezia, è chiamata alla libertà evangelica, è dono di Pasqua, è crescita comunionale con Dio nei rapporti familiari, sociali, ecclesiali; non è mai una lettura intimistica della Bibbia, bensì un coraggioso confronto con la storia e i suoi problemi. Il “deserto” da attraversare non è uno spazio geografico, ma il coraggio di entrare nelle nostre profondità lasciandoci guardare da Dio. In altre parole, siamo chiamati a far abitare Gesù nella nostra persona, non come sdoppiamento o alienazione, ma come stimolo che ci sollecita. “Vive in me Cristo”, scrive San Paolo, affido la mia vicenda al Figlio di Dio, che mi ama e si consegna continuamente a me (Gal 2,19-20), per essere potentemente rafforzato grazie al dono dello Spirito, che mi conduce verso la pienezza di Dio (cf Ef 3,16-19). Gesù è condotto dallo Spirito. Così per noi, che camminiamo verso la Pasqua.

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