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L’infinita misericordia del Padre - IV domenica di Quaresima - anno C

Essere figli del “padre misericordioso” è saper vedere negli abbandoni e smarrimenti umani anche la più piccola traccia di un desiderio di ritorno. Pronti ad andare incontro per accogliere, ridare speranza, far festa

L’infinita misericordia del Padre - IV domenica di Quaresima - anno C

L’abbiamo chiamata “la parabola del figliol prodigo”, quasi per un inconscio rifiuto a perdere il nostro protagonismo anche nella vita di fede. Pur di essere al centro dell’attenzione, ci va bene mettere in evidenza il nostro peccato, e solo in un secondo momento la misericordia del Padre. Parafrasando un’espressione di Kafka, riferita a Cristo, potremmo dire che questa parabola “è un abisso di luce; bisogna chiudere gli occhi per non caderci dentro”. 

Dio non gira le spalle 

Infatti, se chiudiamo gli occhi sul volto del Padre, non ci lasceremo mai attrarre nel gorgo del suo “amore folle”, che appena vide da lontano il figlio disgraziato, “commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”. In questo flash c’è tutto il dramma dell’uomo e tutto l’amore appassionato di Dio. E’ sempre dalle estreme lontananze in cui andiamo a cacciarci, dai nostri smarrimenti, che Dio continua guardarci con uno sguardo d’infinita compassione. Fossimo finiti anche all’inferno. Anche se gli abbiamo girato le spalle il suo sguardo rimane sempre rivolto verso di noi. E se un giorno da lontano decidiamo di tornare a lui, non c’è bisogno di mandargli avvisi, perché il suo occhio sempre attento sa intercettare il più piccolo segnale di ritorno a lui. Nel passato, con un’intenzione che voleva essere pedagogica, talora si è falsamente affermato che “se ti comporti male il Signore non ti guarda più”. Segno evidente di quanto sia difficile leggere questa parabola. Basterebbe questa storia incredibile a ridonarci il volto di un Dio che porta in sé i tratti sia della paternità che della maternità. Quando il figlio minore se ne va, il padre non lo rincorre, non lo ricatta affettivamente. Rimane fermo nella sua casa, dove è la sorgente del suo amore. Non per questo il suo cuore non è profondamente ferito. Ma amare è anche saper lasciar andare. Quando, però, il figlio ritorna, la fermezza paterna fiorisce nell’atteggiamento materno di un’accoglienza incondizionata. Non bada ad alcuna convenienza di riserbo e compostezza, ma esce di corsa incontro al figlio. 

La commozione di Dio 

C’è una parola chiave che spesso qui ritorna come in tante pagine bibliche, e che fanno del cristianesimo un “unicum” rispetto a ogni altra esperienza religiosa: “Commozione”. È un termine più divino che umano, che nella sua derivazione ebraica esprime l’amore “viscerale” della madre. Conserva nella sua radice un richiamo al grembo materno. Dall’unità profonda che lega la madre al figlio scaturisce un particolare rapporto d’amore. “Di questo amore – scrive san Giovanni Paolo II in Dives in misericordia – si può dire che è totalmente gratuito, non frutto di merito e che sotto questo aspetto costituisce una necessità interiore: è un’esigenza del cuore”. Gesù rivelerà gli abissi di questa misericordia quando sarà crocifisso. Cosa contempliamo sulla croce? Un Dio fermo, inchiodato dal suo amore, che esce e corre incontro a colui che, come lui crocifisso, gli chiede di ricordarsi di lui quando sarà nel suo regno: il primo “figliol prodigo” accolto tra le braccia spalancate del Dio crocifisso. 

Testimoni di gratuità 

In un’epoca in cui pareva che il vertice della vita spirituale fosse quello di offrire la propria vita per scongiurare gli effetti dell’ira divina, Teresa di Gesù Bambino si chiedeva perché invece nessuno pensasse di raccogliere il sangue di Gesù, segno del suo totale dono di amore. È quanto il Signore chiede in questo nostro tempo a noi cristiani. Raccogliere l’invito a testimoniare un amore totalmente gratuito, sempre pronto a lasciarsi afferrare da una profonda commozione di fronte a ogni storia umana ferita e perduta. Essere figli del “padre misericordioso” è saper vedere negli abbandoni e smarrimenti umani anche la più piccola traccia di un desiderio di ritorno. Pronti ad andare incontro per accogliere, ridare speranza, far festa. E’ dentro la paziente attesa di chi sa volgere uno sguardo di fiducia a situazioni che assomigliano alla morte, che si preparano i ritorni e le resurrezioni. Eppure, la più sofferta delle attese rimane quella nei confronti di chi, come il figlio maggiore, è solamente pronto a giudicare gli altri. La sua è la lontananza di chi non si rende conto di quale abissale e mortale lontananza lo separi dal cuore del padre, e crede d’essere il più fedele frequentatore della casa del padre. Alla fine della parabola, che non ha una fine, Dio rimane in attesa del vero “figliol prodigo”. Esce per invitarlo alla festa della misericordia. Entrerà nella casa del cuore del padre questo figlio maggiore? Entreremo noi, i “figli maggiori”?  

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