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LE STORIE DEL CORONAVIRUS. La Quaresima del parroco: "Devo stare sul posto. Da solo, ma con la mia comunità"

"Eravamo pronti, come comunità cristiana, a iniziare la Quaresima, e improvvisamente ci siamo trovati all’interno di una quarantena sempre più restrittiva". Il racconto di del parroco di Santa Maria Bertilla, a Spinea.

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LE STORIE DEL CORONAVIRUS. La Quaresima del parroco: "Devo stare sul posto. Da solo, ma con la mia comunità"

Eravamo pronti, come comunità cristiana, a iniziare la Quaresima, e improvvisamente ci siamo trovati all’interno di una quarantena sempre più restrittiva. Di decreto in decreto sono state sospese le messe domenicali, passando a quella senza popolo, sospese tutte le attività educative, chiuso l’oratorio, vietati i funerali comunitari, gli eventuali e ormai pochi matrimoni, niente più messa settimanale in casa di riposo. La chiesa, pur aperta, accoglie ogni tanto qualche persona che si ferma a pregare, ad accendere una candela, collocare ai piedi delle statue dei Santi o della Madonna un fiore, frutto di una primavera che annuncia la Pasqua.

Dapprima io stesso tendevo a relativizzare. “Magari esagerano!”, pensavo in cuor mio. “Sarà un’influenza un po’ più tosta alla quale non eravamo preparati!”

Si è rinviata di un mese la Cresima prevista per il 29 marzo ed ora la stiamo già pensando per ottobre. “Magari i media stanno cavalcando la notizia!”. E poi: “Ma ci stanno nascondendo qualcosa?”. Niente Mercoledì delle Ceneri.

Nella prima domenica di Quaresima si celebra la messa senza popolo, in streaming, la seconda anche e sarà così per la terza, la quarta e la quinta. E via a seguire, sui social, le varie prese di posizione degli esperti, quelle degli “scienziati de noialtri” e le battute sdrammatizzanti tipiche del nostro carattere italiota.

E ad ogni decreto a guardare nella mail o sul sito della diocesi che indicazioni ci davano i nostri Vescovi con mille interrogativi in ordine all’interpretazione e all’applicazione delle direttive. E ancora, a bombardare di domande il vicario foraneo e i confratelli per uniformarsi nelle decisioni da prendere.

Ma una cosa in particolare mi interessa segnalare: la ricaduta di tutto questo sui cristiani della mia parrocchia.

Ecco le reazioni:

- la sorpresa che si trasforma in sconforto: “Come? Non c’è messa alla domenica!”. “Non si può nemmeno fare la Comunione?”. La fatica a crederci. Persone che si presentano in chiesa all’orario della messa a cui bisogna ripetere più volte che la messa non si celebra;

- la tristezza che si unisce a tristezza per le famiglie che venivano ad annunciare la morte di un loro caro e apprendevano che ci saremmo limitati a una veloce benedizione con l’ordine tassativo di essere presenti nel minor numero possibile. Nemmeno l’assicurazione che il giorno stesso, durante la messa senza popolo, avremmo ricordato il loro caro defunto li sollevava dallo sconforto;

- la rassegnazione delle famiglie che avevano fissato il battesimo per i loro figli quando veniva loro detto di scegliere tra il celebrarlo con il solo padrino e a porte chiuse (come le partite di calcio, per capirci) o rinviarlo a tempi migliori;

- il surreale arrivo al mattino delle insegnanti della scuola per l’infanzia che puntualmente, dopo aver espletato le incombenze minime, lasciavano la scuola;

- l’assordante silenzio nel bar del Noi, nel parco giochi dove sostano le mamme con i loro bambini della scuola dell’infanzia prima di tornare a casa, nei campetti dell’oratorio.

E, infine, il disorientamento di noi sacerdoti nel dover dare senso alle giornate svuotate da impegni, incontri, celebrazioni, problemi da affrontare, contatti, relazioni. Per non intristire, ogni tanto mi ripetevo questa frase: “Fa niente oggi, fa niente domani, non siamo mica fatti di ferro!”.

Ma in tutto questo, di positivo, posso segnalare due cose per me emblematiche: la palese commozione di un insegnante in pensione nel comunicarmi la sua fatica di dover rinunciare alla messa domenicale e di averla sentita definire di “non stretta necessità” (vogliono bene al Signore più di quello che noi crediamo!) e i tanti grazie che riconoscono il nostro sforzo a inventarci tutti gli strumenti possibili e consentiti per non abbandonare le persone in questo momento così difficile. Mi hanno aiutato a capire che, come prete, devo stare sul posto: da solo, ma nella comunità parrocchiale, con l’impressione di non far nulla per rendermi conto che, comunque, chi fa per davvero è il Signore, nella fatica delle non relazioni per comprenderne il vero valore, con la preghiera per la comunità cristiana come unico strumento di unità.

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