Chiesa
stampa

La Settimana santa e i suoi segni: "parlano" l'ulivo, il pane, la croce, il cero pasquale

Riscopriamo i segni liturgici legati ai giorni che ci preparano alla Pasqua

Parole chiave: passione (16), settimana santa (54), risurrezione (9), Pasqua (104), Quaresima (80)
La Settimana santa e i suoi segni: "parlano" l'ulivo, il pane, la croce, il cero pasquale

Mi hanno tagliato dalla mia pianta, dicono “potato” ma è sempre un tagliare (provino loro..!). Che destino assurdo! Da una gemma, su un ramo più vecchio e nobile (è sopravvissuto ad una storia lunga e travagliata), spingere e riuscire a prendere forma, allungandomi faticosamente, dare vita alle foglie, dirigendomi verso i punti dello spazio in cui giunge ancora un po’ di sole. Ecco, posso cominciare a pensare  ai frutti… ma tutto finisce in un attimo, “tric”, un colpo di forbice! E la mia vita cade a terra.

Ma il mio destino non mi conduce subito al fuoco o ad essere macinato per concimare la terra (non si può più far fuoco…); ho un’altra pagina da scrivere. Meglio, è una pagina già scritta, a cui mi chiedono di ridare un po’ di vita, anzi mi chiedono addirittura di portarvi un po’ di gioia. Era “palma” l’interprete originario, io sono il sostituto, si fa di necessità virtù; d’altra parte però mi avevano già scritturato, tanto tempo fa, per dire la fine del disastro e la pace ricomposta tra il Creatore e l’umanità.

Insomma, mi preparano, mi benedicono, mi agitano, mi portano in processione.

Poi ascolto la storia... Che strano, mi sento descritto con una verità più profonda, non tanto dalla parte di “palma” quanto da Lui, albero fiorente e fecondo, dalla chioma sontuosa, ammirato e ricercato ma, alla fine, “potato”. Rimango muto a contemplare. E quanti pensieri, tutti d’un tratto, parole lontane, lamenti del nostro popolo verde: “Urla, cipresso, perché il cedro è caduto, gli splendidi alberi sono distrutti. Urlate, querce di Basàn, perché la foresta impenetrabile è abbattuta!”; ma anche altre parole nuove: “Lo pota, perché porti più frutto”, “se muore, produce molto frutto”…

Mi portano a casa: di cosa sarò memoria? Mi brucia il sacrista (di nascosto! in casa…), per essere “ceneri”  il prossimo anno. Che strani frutti porto ora, con questo destino, eppure sarei ulivo.

Mi mancano i bei tempi, quando ancora avevo un posto d’onore, in ogni occasione: non si faceva niente senza di me. Riempivo con meno spesa gli spazi della fame, nutrivo con più sostanza anche chi aveva poco (di più rispetto alla polenta…), e permettevo di riprendere il duro lavoro.

Adesso invece è dura! Quanta concorrenza! Le forme più accattivanti e simpatiche, gli ingredienti più ricercati o “bio”, per chi non vuol ingrassare o è intollerante. Insomma, il posto al centro della tavola me lo scordo…

Anche qui questa sera sento un po’ di pericolo. Certo, lo so, non si può far finta di non aver visto e sentito: Lui ha fatto così e chi vuole seguirlo deve fare altrettanto! La scena è così forte e toccante. E poi ogni anno c’è una novità, la pensano bene, si ingegnano a renderla viva, attuale, coinvolgente. E va bene, sia! Se serve a far crescere l’amore.

Io rimango qui, nella mia antica compostezza e nella disponibilità, sempre nuova questa, ad essere preso, spezzato, diviso, mangiato. Attendo il mio turno, quando si ripeteranno quelle parole così grandi: “Questo è il mio corpo”, e al tempo stesso così impenetrabili.

Ma è tutto così facile: sono fatto per essere mangiato e questo devo fare, “e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!”.

E allora, qui, ora, torno ad essere in pienezza ciò che da sempre sono stato: riempio gli spazi della fame, quella che nulla sazia; rendo possibile riprendere il cammino, spendersi ogni giorno e, soprattutto, compiere quel gesto di lavare, poetico qui ma quanto odioso fuori! Ecco mi mangiano, sono il pane.

In questa sera né calda né fredda (non si sa mai cosa mettersi…) mi prendono ancora una volta e mi portano fuori. Oggi pomeriggio mi hanno baciato. Che corte mi fanno tutti! Ma ho qualche sospetto. Sulla loro buona fede. Passi il bambino che mi si avvicina un po’ schifato, perché lo spinge la nonna; passi la nonna che mi bacia con negli occhi ancora il film, in cui flagellano il mio ospite e lo costringono a portarmi… Ma voi, tutti voi, perché mi baciate?

Basta, sono stanco di essere sfruttato! Mi avete ripulito (dalla terra e dal sangue…), lucidato, ridotto, dorato. Sono diventato un piercing! Sono antico e mi fanno restaurare, non gli interessa se a me piacerebbe marcire e scomparire. Dovevo essere un personaggio di secondo piano, una comparsa di una scena soltanto, in questo racconto così lungo e doloroso. Un po’ mi sono pure vergognato, che parte schifosa, quasi peggio di quell’altro, quello che ha tradito… io ho dato la morte.

Ma mi arrendo e lascio fare, ancora una volta mi lascio portare, lascio l’orgoglio e accetto il mio posto. E capisco qual è proprio mentre mi baciano. Hanno baciato anche Lui… Anche se fuori periodo, piacerebbe anche a me sentirmi dire: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici”, chissà...

Ma ecco, arriva, è malata e si è chiesta per tanto tempo perché proprio a lei. Si inginocchia e mi bacia, trattenendo le lacrime (di dolore, di rabbia, di rassegnazione?). Va bene, son qui per lei, mi basta. “Eccomi, sono il legno della croce”.

Sono all’aperto, è buio e, come al solito, c’è quella certa corrente d’aria che non renderà facile accendermi…  Sono circondato da tante persone, alcune indaffarate e agitate, altre più tranquille che attendono e guardano. Vicino a me un fuoco che arde incerto (chissà perché bisogna farlo così piccolo questo fuoco…); è ancora un fuoco comune, di quelli che riscaldano i corpi, che cuociono la carne e fondono i metalli. Così rimarrà, elemento prezioso sì, ma non ancora capace di quei prodigi che compirà una volta issato sopra il mio capo. Benedetto dalle mani del sacerdote che presiede, e posto su di me, diventerà come una miccia per la più potente deflagrazione del cosmo e della storia. Una miccia che invincibile consuma lo spazio oscuro e lo rilascia pieno di luce. Così accade entrando in chiesa, quando tante e sempre più luci rischiarano i volti e rendono viva la comunità che sembrava vinta dalle tenebre e dalla tristezza.

E poi ecco il canto che dice, con il suo linguaggio, ciò che io da sempre dico con la mia semplice natura, di cera e di fuoco, di amore accumulato e amore profuso: anche il coro degli angeli può esultare grazie alla mia luce! E poi, altro prodigio, l’acqua, che dovrebbe essere mia nemica, riceve da me la sua nuova vitalità, sarà acqua viva che spegne la sete più profonda.

E io continuerò a splendere fino al dono dello Spirito, e tornerò a infondere la mia potenza per ogni vita che inizia e per ogni fedele che passa, da questo mondo al Padre. Che dono grande mi ha fatto il creatore: semplice cera, frutto del lavoro di tante umili operaie, sono ora la luce del Cristo risorto: sono il cero pasquale. (*in collaborazione con l’Ufficio Liturgico)

La Settimana santa e i suoi segni: "parlano" l'ulivo, il pane, la croce, il cero pasquale
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento