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La cura amorevole del Padre - III DOMENICA DI QUARESIMA

Un’attenzione, quella di Dio per noi, che somiglia a quella del vignaiolo che zappa e concima il fico

La cura amorevole del Padre - III DOMENICA DI QUARESIMA

Nella terza domenica di Quaresima risuona un forte invito alla conversione: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo!” (Lc 13,3.5). Ma perché Gesù utilizza un tono così minaccioso?
    
Il male degli uomini e il male nel mondo
La prima parte del racconto evangelico presenta due tragiche vicende (Lc 13,1-5): una chiaramente provocata dalla malvagità degli uomini e l’altra, invece, legata a una sorta di fatalità. Che i soldati romani, per ordine di Pilato, abbiano messo a morte degli uomini proprio mentre esprimevano la loro fede nel tempio, è una chiara scelta malvagia operata dagli uomini, tra l’altro terribilmente attuale: ma quale presunta colpa delle vittime potrebbe mai giustificare una cosa del genere? Appare poi ancor più inquietante il fatto che una torre cada su diciotto persone uccidendole: certo, ci sarà la responsabilità di chi l’ha costruita male, o di chi non ne ha fatto la manutenzione in maniera adeguata, ma vien da chiedersi perché sia precipitata proprio su quegli uomini che si trovano lì in quel momento sbagliato: che cosa avevano fatto di male per meritarsi questo?
Il testo evangelico mostra chiaramente che per Gesù il male che capita all’uomo, sia quello provocato direttamente da altri uomini, sia quello dovuto a circostanze accidentali, non colpisce chi è più colpevole: non si può pensare che Dio punisca con qualche sciagura coloro che sono segnati da qualche colpa. L’uomo, purtroppo, spesso continua a pensarlo ancora oggi; ma Gesù ha precisato in maniera chiara che il Padre suo non agisce in questo modo. Eppure, il forte avvertimento che rivolge ad ogni uomo è altrettanto chiaro: “Se non vi convertite” ora, al presente, “perirete”, in un futuro che rimane incerto solo rispetto al “quando”. Se Dio non è un Dio che provoca il male, non si tratta di una minaccia, ma piuttosto di un invito a cogliere l’occasione di salvezza quando si presenta: i fatti narrati dimostrano solo – in maniera indubitabile – che la vita dell’uomo è estremamente fragile e non si può prevedere il momento della fine: non si può rimandare il cambiamento a domani.
Vedremo se porterà frutti per l’avvenire
La seconda parte del Vangelo, mediante la parabola del vignaiolo e del padrone della vigna, descrive l’atteggiamento di Dio e il ruolo del Figlio (Lc 13,6-9). Le parabole evangeliche hanno una capacità straordinaria: riescono a creare le condizioni perché chi le ascolta giunga a un giudizio libero e corretto. Chi mai potrebbe contestare la scelta di quel padrone che, vedendo un albero di fichi che non porta frutto, ma continua a impoverire il terreno su cui la sua vigna è piantata, decide di tagliarlo? Dio non avrebbe dunque ben diritto di assumere questo atteggiamento nei confronti di “chi non porta frutto”?
Se non fosse per il vignaiolo, che sembra sperare contro ogni plausibile speranza, quell’albero di fichi “dovrebbe” giustamente essere tagliato. Gesù afferma che il suo compito è quello di continuare a intercedere e a prendersi cura in ogni modo di questa pianta che appare incapace di portare frutti adeguati. Ma fino a quando? In maniera indefinita? No: se non porterà frutto dopo tutte le cure che il vignaiolo le avrà dedicato, allora dovrà essere tagliata. In sintesi, Gesù è venuto per offrire ad ogni uomo la possibilità di convertirsi, portando i frutti che il Padre si aspetta da ciascuno; intercede per ogni uomo fino alla fine e contro ogni ragionevole speranza ma, a un certo momento, comunque un giudizio ci sarà: “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire, se non lo taglierai” (Lc 13,9).
Ho udito il grido del mio popolo
L’avvertimento e l’urgenza di una decisione che cambi l’esistenza di chi è sulla strada sbagliata, dunque, sono indubitabili. Ma la liturgia con insistenza ci invita a contemplare l’atteggiamento di Dio nei confronti dell’uomo, che è ben rappresentato dalla cura e dedizione del vignaiolo della parabola. La prima lettura presenta il Signore come “Colui che c’è”, che rimane fedele ai suoi servi, che osserva la miseria del suo popolo e ascolta il suo grido, che ne conosce le sofferenze: per questo “è sceso” per liberarlo (Es 3,1-15). E l’autore del Salmo 102, forte di questa esperienza, incita “tutto se stesso” a benedire il Signore, non dimenticando i “suoi benefici”. Egli perdona, guarisce, salva, circonda di bontà, compie cose giuste, difende i più deboli, insegna le vie buone da percorrere. Dio avrebbe ben motivo di minacciare e spaventare l’uomo che non gli è fedele, ma da sempre spera che egli si converta perché “conquistato” dalle sue cure amorevoli.

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