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La fede dei martiri

Molto partecipata la veglia diocesana per la Giornata dei missionari martiri. Nella cornice di villa Farsetti a Santa Maria di Sala, le testimonianze di un sacerdote e di una religiosa sulla situazione di due paesi in cui si muore ancora per il Vangelo

La fede dei martiri

Una “croce incatenata” è stato il segno che ha accompagnato, nella bella e suggestiva cornice di villa Farsetti (gentilmente messa a disposizione dall’Amministrazione comunale) a Santa Maria di Sala, lo scorso 24 marzo, la veglia di preghiera in ricordo dei Missionari martiri. Una catena che ha voluto raccontare, anche visivamente, l’attuale e continua schiavitù che vivono uomini e donne, cristiani e non, in alcuni paesi africani, tristemente noti per le continue guerre di potere: politico, economico e spesso, purtroppo, anche religioso.
Cinque tappe, cinque momenti della vita di Gesù, hanno scandito il cammino dei molti fedeli, giovani e meno giovani, provenienti da diverse parti della Diocesi, seguendo la Croce, che il gruppo Scout ha voluto mettere a disposizione proprio per la veglia. Iniziata nella barchessa della Villa, la preghiera ha trovato proprio lì il suo significato nell’introduzione che ricordava il sacrificio di mons. Oscar Romero e nella riflessione proposta da don Silvano Perissinotto, direttore del Centro missionario diocesano, che ha invitato tutti a fare memoria delle persone che sono state, per ciascuno di noi, testimoni fedeli e gioiosi del Signore nella nostra vita. Una veglia che ha aiutato a non dimenticare, nella prima tappa, la Repubblica Centrafricana: un video con le scene di morte, distruzione, fuga nei miseri e precari campi profughi di donne e bambini, accompagnata dalla lettura di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ha certamente toccato il cuore e aperto gli occhi su realtà che sono così lontane ma anche tremendamente vicine perché raccontano la sofferenza e il dolore di fratelli innocenti perseguitati.
La testimonianza di don Chidi Ekpendu, sacerdote a servizio della comunità nigeriana nella nostra diocesi, ha portato tutti nel suo paese natale, in una nazione che vede bande e associazioni di fondamentalisti musulmani assaltare chiese e assassinare cristiani colpevoli solo di volere celebrare la loro fede in Cristo. Morte e dolore non fermano però la testimonianza. Ha detto don Chidi: “E’ proprio come nei primi secoli: il sangue dei cristiani è seme sparso che fa crescere il cristianesimo; le chiese continuano a riempirsi la domenica per le messe: a voi chiedo di pregare per le nostre comunità”. E poi la lettura dei 22 nomi dei martiri del 2013: sono preti, religiose, laici che rappresentano tutti gli altri senza nome che ogni giorno muoiono perché non vogliono rinnegare il loro Credo. Le 22 fiaccole, accese in loro memoria e portate da altrettanti ragazzi e ragazze del catechismo, hanno formato una “croce umana” che ha aperto la processione verso l’ultima tappa, in chiesa, dove la veglia si è conclusa.
Il Sudan, e in particolare il popolo Nuba, è stato l’ultima nazione che abbiamo visto e sentito raccontare da suor Lorena, missionaria comboniana, originaria del Costarica, attualmente a Padova in una comunità dove sono accolte donne immigrate. Le immagini, da lei stessa definite come “molto forti” sono state accompagnate dal racconto della storia di Agostino, catechista ammazzato perché non ha voluto rinnegare la sua fede in Gesù e dalla vicenda di una donna che ha accettato di essere frustata 164 volte pur di non diventare musulmana così come il marito avrebbe voluto: frustata nella pubblica piazza del villaggio, davanti a tutti era il prezzo da pagare per - parole sue - “mantenere quella libertà che il Vangelo e l’incontro con Gesù le aveva donato”. “Una fede vissuta e testimoniata nel e con il proprio corpo; una testimonianza di fede che diventa visibile e concreta, non solo nelle parole e nel cuore, ma nella propria carne”: questo il messaggio che suor Lorena ha lasciato a chi l’ha ascoltata. L’ultimo segno è stato quello di andare a prendere, per chi lo desiderava, uno degli anelli che componevano quella grigia e fredda catena che avvolgeva la croce: un ricordo ma anche un impegno a non dimenticare chi patisce e soffre senza colpa. Il commento più bello è quello di una ragazzina che, alla fine ha detto, con semplicità: “Mi sono commossa”.
Un grazie di cuore al parroco don Paolo Cecchetto che ha accolto l’iniziativa, al gruppo missionario e agli Scout della parrocchia che hanno curato la preparazione, al coro dei giovani che ha accompagnato la Veglia in tutte le tappe; la presenza del vicario foraneo, di numerosi parroci e delle religiose della zona, è stato un ulteriore segno dell’importanza di questo evento.

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