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La felicità "a portata di mano" - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

L’evangelista Luca ci presenta le beatitudini proclamate da Gesù nel discorso “della pianura”, un testo che ci accompagnerà nelle prossime domeniche

La felicità "a portata di mano" - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Il discorso “della pianura”, che ci accompagnerà nelle prossime domeniche, si apre con la presentazione di quattro beatitudini e altrettanti “avvertimenti”. Gesù indica le prospettive di felicità piena e già disponibile, per coloro che lo ascoltano, dicendo: “Beati voi”. Mette però anche in guardia coloro che fondano la propria vita su false sicurezze.
Si fermò in un luogo pianeggiante
Il riferimento geografico, diverso da quello del celebre “discorso della montagna” (cf. Mt 5,1), suggerisce di collocare l’episodio nel contesto specifico del racconto lucano. Dopo la chiamata dei primi discepoli, con la straordinaria pesca sul lago di Gennesaret, Gesù ha continuato a operare segni e guarigioni; ma ha anche incontrato il pubblicano Levi, iniziando a frequentare la compagnia di “pubblicani e peccatori” (Lc 5,29) e attirandosi le critiche di farisei e scribi; con questi si accendono diverse dispute. La collera dei suoi oppositori va crescendo, di fronte alla constatazione che le parole di Gesù, spesso provocatorie, sono accompagnate da azioni concrete e potenti.
In questa situazione egli aveva deciso di ritirarsi sul monte a pregare, prendendo – in dialogo con Dio – la decisione di scegliere, tra i discepoli che lo seguivano, un gruppetto più piccolo (i Dodici) che sarà inviato a suo nome. Scendendo da quella specie di “ritiro” incontra nuovamente la folla.
Il discorso di Gesù come riportato da Luca è caratterizzato anche da un’estrema concretezza: non si riferisce a delle beatitudini generiche, ma afferma che chi lo sta ascoltando, nella condizione in cui si trova, può sperimentare quella felicità che egli annuncia. “Voi poveri” siete felici, perché appartenete già al regno di Dio: l’attenzione privilegiata nei loro confronti lo conferma. “Voi che avete fame” siete felici, perché chi sa stare nella mancanza, confidando che il Signore risponderà ai desideri più autentici, sarà saziato. “Voi che ora piangete” siete felici, perché la sofferenza – che non è in sé né da desiderare, né da augurare – se è vissuta “con Lui”, apre a una gioia più grande. L’ultima beatitudine precisa in che senso si possa intendere come positiva la condizione di chi piange: “Voi consideratevi beati”, se piangete perché qualcuno si oppone a voi a causa della vostra fedeltà al “Figlio dell’uomo”. È un bel segno lo sperimentare la persecuzione quando si sta cercando di vivere fedelmente la propria vita di discepoli: è una conferma della comunione con Gesù, rifiutato a perseguitato.
Un’alternativa secca
Il nostro racconto presenta anche quattro avvertimenti forti detti “guai”. Sono rivolti a una parte degli ascoltatori di Gesù… e forse anche ai lettori del Vangelo di ogni tempo. La prima lettura e il salmo responsoriale di questa domenica enfatizzano la necessità di prendere una decisione, perché ci sono scelte che portano alla beatitudine e alla vita; altre, al contrario, portano alla rovina.
Il profeta Geremia presenta l’uomo che confida in se stesso come un albero isolato in mezzo al deserto. Capita di vederne in Terra Santa: sopravvivono, ma offrono un’ombra debole, e non indicano la presenza di acqua sufficiente per la vita dell’uomo. Chi confida nel Signore, invece, è come un albero piantato lungo i corsi d’acqua. Nel clima arido di quelle terre – molto simile alla nostra vita quotidiana – attingere continuamente a una fonte d’acqua è l’unica garanzia per poter crescere rigogliosamente.
Il Salmo 1 contrappone chi frequenta la compagnia degli stolti a chi “trova la sua gioia nella legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte” (Sal 1,2). Questa preghiera apre la raccolta del Salterio, che è diviso in cinque libri, in corrispondenza ai cinque libri della Torah. Chi prega quotidianamente con i salmi è come colui che “rumina/mormora” costantemente la legge del Signore, rimanendo in relazione orante con lui e portando a lui tutta la propria vita.
Se Cristo non è risorto,
vana è la nostra fede
San Paolo, che continua ad accompagnarci con la sua Prima lettera ai Corinzi, ha capito a sue spese che non basta conoscere e osservare la legge di Dio: questo lo faceva anche prima dell’incontro decisivo con il Risorto! Per questo motivo è drastico nell’affermare che la vita cristiana, se non parte dall’esperienza della risurrezione di Cristo e non ha come punto di arrivo la risurrezione del credente, non ha niente di nuovo da dire rispetto ad altre forme di religiosità. Ma su questo aspetto centrale della nostra fede la liturgia tornerà a farci riflettere abbondantemente.

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