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La fraternità ritrovata

La nuova enciclica "Fratelli tutti" è permeata di passione per l’umano, animata dalla fede nel Vangelo. Papa Francesco non manca di provocare i credenti a riconoscere pagine di Vangelo anche nella vita di coloro che non credono. Al tempo stesso, però, ribadisce che la radice ultima della fraternità è una spiritualità che sa farsi concreta prossimità senza frontiere

Parole chiave: Fratelli tutti (3), Papa Francesco (740), don Stefano Didonè (6)
La fraternità ritrovata

Nell’unica casa ci sono abitanti diversi, ma sono tutti fratelli. Cinque anni fa, con la Laudato si', papa Francesco invitava tutti gli uomini a prendersi cura della “casa comune”. Oggi, con la nuova lettera enciclica Fratelli tutti, la terza del suo pontificato, Francesco chiede di prendersi cura di ogni singolo abitante di quella casa, in quanto uomo e fratello. Dalle pagine del nuovo documento traspare un’autentica passione e sapienza per l’umano, animata dalla fede nel Vangelo, che richiama alla mente le parole del santo papa Paolo VI alla vigilia della conclusione del Concilio, il 7 dicembre 1965: «L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso». E concludeva: «Noi, più di tutti, siamo i cultori dell’uomo». Gli fa eco oggi papa Francesco nel ribadire che solo nel rispetto per la dignità sacra ed inviolabile di ogni uomo e donna è possibile un futuro per la società umana, minacciata da molte ombre, non ultimo il flagello della pandemia. Nonostante il chiaro radicamento nella dottrina del Vaticano II e nell’esperienza della fede cristiana, la nuova enciclica sta provocando reazioni diverse, talvolta addirittura contrastanti. Ancor prima di essere diffuso, il testo ha fatto parlare di sé solo per il titolo (e sottotitolo), giudicato da alcuni troppo “aperto”. Se da una parte vi sono numerosi apprezzamenti per il riferimento all’amicizia sociale e per l’incoraggiamento che l’enciclica infonde al dialogo ecumenico e interreligioso, dall’altra c’è chi non riconoscerebbe in essa l’espressione di una chiara identità cristiana. A ben vedere, si tratta di un’obiezione che muove da una lettura pregiudicata e superficiale del testo perché basta leggerla per rendersi conto del suo autentico valore cattolico, cioè di “fermento di unità nella diversità e di comunione nella libertà” (Veritatis gaudium 4). L’unità nella diversità e la comunione nella libertà sono i due cardini che rendono possibile l’apertura delle porte del dialogo e il riconoscimento della fraternità in Cristo è la condizione per una più vasta fratellanza con tutti.
Aperti al Padre e in dialogo con tutti
Pur recuperando molti dei suoi interventi (troppi, secondo alcuni), papa Francesco non intende proporre alla Chiesa e all’umanità intera semplicemente una “raccolta” dei suoi insegnamenti e nemmeno una “sintesi” di dottrina sociale. Come ogni lettera enciclica, destinata a circolare per il mondo intero, Fratelli tutti contiene l’appello a “tutte le persone di buona volontà, al di là delle loro convinzioni religiose” (n. 56) per costruire una “fraternità aperta”, centrata sul riconoscimento del valore insuperabile di ogni persona umana. «Mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse» (Francesco, Messaggio del 24 aprile 2017). La dignità della persona umana si radica in quel “fondamento ultimo” che è l’apertura al Padre di tutti (n. 272). La fraternità presuppone il dialogo (termine che ricorre 44 volte nel documento) con tutti, al di là delle differenze confessionali o religiose. Per questo Francesco contesta l’emarginazione dal dibattito pubblico della dimensione religiosa e invoca «uno spazio per la riflessione che procede da uno sfondo religioso che raccoglie secoli di esperienza e di sapienza» (n. 275).
Da “soci” a “fratelli”
“Per natura l’uomo è animale sociale”, scrive Aristotele nella sua Etica Nicomachea. Eppure, la modernità ci ha portato a pensarci più come individui, che come persone in relazione. L’ideale illuministico di una società fondata sulla libertà, l’uguaglianza e la fraternità, dove i diritti umani sono garantiti a tutti, sembra essere naufragato nella violenza e nell’indifferenza che produce “scarti”. In un mondo chiuso in se stesso, fatto di «sogni che vanno in frantumi» (cap. 1), Francesco rimette in circolo la testimonianza del santo di Assisi, che visitò il Sultano Malik-al-Kamil in Egitto e recupera la lezione del filosofo francese Paul Ricoeur, ricordando che non basta percepire l’altro come mio “socio”, cioè accomunato dal mio stesso interesse. Un mondo di gruppi sociali accomunati dagli stessi interessi non sarebbe ancora un mondo fraterno. La parabola del buon samaritano, alla quale è consacrato tutto il secondo capitolo, mostra come «la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che gli conferisce con ciò una dignità infinita» (n. 85). È fuori discussione, quindi, che il taglio “sociale” dell’enciclica non significa affatto mancanza di un chiaro fondamento “teologico”. Francesco non manca di provocare i credenti a riconoscere pagine di Vangelo anche nella vita di coloro che non credono: «Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti» (n. 74). Al tempo stesso, però, ribadisce che la radice ultima della fraternità è una spiritualità che sa farsi concreta prossimità senza frontiere.
Il Vangelo e le “diverse sorgenti”
In questa prospettiva “universalistica” si colloca il delicato tema del rapporto tra l’esperienza della fede e le religioni non cristiane. Delicato perché, sulla scia della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, Francesco ricorda che la Chiesa non solo non rigetta quanto di vero e santo è presente nelle altre religioni, ma «apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni», definite come «diverse sorgenti» rispetto alla «musica del Vangelo» suonata dai credenti. Il servizio delle religioni alla fraternità universale consiste nel riconoscimento, da parte dei credenti di ogni esperienza religiosa, della dignità umana. La fraternità non è semplicemente un “bene” o un “valore”, ma dono e compito, grazia da invocare da parte dei credenti in Cristo, interessati a tutto ciò che è umano. Nell’appello a riconoscersi fratelli, i credenti rispondono alla chiamata all’amore universale in nome del Dio che è Padre di tutti. Nel rispondere a questo invito, si possono incontrare anche con i credenti nelle “altre religioni”, quali fratelli in cammino verso la comunione universale con l’umanità intera.

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