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La grandezza di chi serve - XXIX domenica del Tempo ordinario

La richiesta di Giacomo e Giovanni dà l’occasione a Gesù per indicare come poter essere i più grandi, evitando il pericolo di sopraffare gli altri, come accade, invece, quando si assume la “logica del mondo”. Chi vuole diventare il primo, primeggi nel rendersi totalmente disponibile per tutti, sia “schiavo di tutti”

La grandezza di chi serve - XXIX domenica del Tempo ordinario

Il tema della 95ª Giornata Missionaria Mondiale, “Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20), ci invita oggi a sperimentare e annunciare, in special modo, che Gesù Cristo sa prendere parte fino in fondo alle nostre sofferenze, aiutandoci al momento opportuno.

Che cosa volete che io faccia per voi?

La domanda rivolta ai figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, è decisiva per la vita di ogni discepolo, come risulterà evidente nell’episodio del cieco di Gerico che ascolteremo domenica prossima: Gesù prende in seria considerazione le richieste di ciascuno; vale la pena pensare bene che cosa convenga chiedere (Mc 10,35-45). Nel brano evangelico odierno la richiesta dei due fratelli sembra forse troppo ambiziosa, specialmente considerando che poco prima – ed era la terza volta che lo faceva – Gesù aveva annunciato che, salendo a Gerusalemme, sarebbe stato consegnato ai capi e ai sacerdoti, condannato a morte, consegnato ai pagani, deriso, flagellato e ucciso, per poi risorgere dopo tre giorni (Mc 10,33-34). In tutta risposta, proprio due dei suoi discepoli “preferiti” sembrano preoccupati solamente dei “posti d’onore” vicino a Gesù, quando sarà nella sua “gloria”. Come accade spesso, Gesù risponde con un’ulteriore domanda: “siete pronti a condividere la strada che porta a quella meta?”. Pieni di entusiasmo, i due si dicono disposti a farlo e il maestro conferma che ciò accadrà. Ciononostante, nemmeno lui può garantire che essi saranno “prima” di qualcun altro.

La reazione degli altri dieci appare molto dura, forse non tanto perché hanno capito l’inopportunità di tale richiesta, ma piuttosto perché i due fratelli avevano avuto la sfrontatezza di considerarsi “superiori” agli altri: “ma perché proprio loro e non noi?”. Anche in questo caso, Gesù passa oltre il livello della meschina conflittualità nella quale molti discepoli rimangono avvinghiati, cogliendo ciò che di buono c’è in ciascuno di loro, allo scopo di orientarlo verso ciò che conta veramente: non condanna il desiderio di “essere i più grandi”, ma indica la strada maestra per realizzare tale desiderio evitando il pericolo di sopraffare e opprimere gli altri, come accade, invece, quando si assume la “logica del mondo”. Chi vuole diventare il più grande, cerchi di essere il più grande nel servire; e chi vuole diventare il primo, primeggi nel rendersi totalmente disponibile per tutti, sia “schiavo di tutti”.

Egli si addosserà la loro iniquità

La frase conclusiva del brano odierno spiega chiaramente “perché” e “come” si possa arrivare a fare una scelta del genere: i discepoli sono chiamati a vivere nel servizio e nella totale disponibilità agli altri “perché” Gesù per primo “è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”; ma non è sufficiente impegnarsi a “seguire il suo esempio”: si può vivere “come lui” solo se si accetta una profonda condivisione di vita con lui.

La prima lettura (Is 53,10-11), presentando il quarto carme del Servo del Signore, offre ulteriore luce a quanto narrato dal testo evangelico. Il personaggio misterioso presentato dal profeta, che potrebbe essere il profeta stesso, come pure ogni “giusto” in Israele, viene visto dal Nuovo Testamento come “figura” di Gesù Cristo. Prostrato nei dolori non a causa dei propri peccati, ma per la scelta di “portare” su di sé le iniquità del suo popolo, troverà infine vita piena, vedrà la luce e tramite il suo dono si compirà la volontà salvifica del Signore. Solo Gesù può realizzare pienamente tutto questo. Ma ogni discepolo che vive in comunione con lui partecipa della sua opera di redenzione, sperimentando anche, lungo il cammino, le sue sofferenze. 

Sa prendere parte alle nostre debolezze

La lettera agli Ebrei (Eb 4,14-16) mette ben in evidenza, però, che non si tratta di una ingiusta richiesta da parte di Dio. Gesù non ci ha rivelato un Dio che si diverte a far soffrire il proprio Figlio e quelli che lo seguono. Al contrario, dimostra il suo amore e la sua fedeltà inviando il proprio Figlio a condividere le sofferenze che comunque caratterizzano la vita dell’uomo, affinché queste possano avere un senso ed essere trasformate in possibilità di dono e di amore vissuto pienamente. Addirittura, Gesù come Sommo Sacerdote, capace di vera compassione verso tutti, condivide anche tutta la condizione di debolezza di ogni uomo: eccetto il peccato. Sì, la vita, morte e risurrezione di Gesù testimoniano che l’uomo può accogliere in Lui tutta la propria debolezza senza allontanarsi da Dio.

 

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