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La liberazione e il regno sono vicini. Commento al Vangelo della I domenica di Avvento

Il brano di questa prima domenica di Avvento fa parte dell’ultimo discorso di Gesù, riportato dall’evangelista Luca al capitolo ventunesimo, prima del racconto della Passione. Viene detto “escatologico” perché parla delle cose “ultime”, quelle che devono accadere alla fine della storia. In realtà, però, offre molte indicazioni per vivere il presente

Parole chiave: commento al Vangelo (9), Avvento (17), don Michele Marcato (5)
La liberazione e il regno sono vicini. Commento al Vangelo della I domenica di Avvento

Le introduzioni ai vangeli della domenica per il prossimo Anno Liturgico saranno composte, ordinariamente, di tre parti: nella prima si offriranno alcune chiavi di lettura per un’interpretazione del brano evangelico nel suo contesto originario, ossia all’interno del Vangelo da cui è tratto; nella seconda, alla luce degli altri testi previsti per la Messa domenicale, saranno evidenziate le sottolineature che provengono dallo specifico contesto liturgico; nella terza saranno offerti degli stimoli perché ciascuno possa cogliere gli appelli che la Parola di Dio suscita in ogni lettore.

L’ultimo grande discorso di Gesù

Il brano di questa prima domenica di Avvento fa parte dell’ultimo discorso di Gesù, riportato dall’evangelista Luca al capitolo ventunesimo, prima del racconto della Passione. Viene detto “escatologico” perché parla delle cose “ultime”, quelle che devono accadere alla fine della storia. In realtà, però, offre molte indicazioni per vivere il presente.

Nel racconto evangelico siamo alla fine di quel periodo prima della Pasqua nel quale Gesù «durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi” (Lc 21,37). Di fronte a quanti ammiravano la bellezza del tempio di Erode il Grande che sarà distrutto nel 70 d.C., Gesù aveva annunciato che di esso non sarebbe rimasta pietra su pietra. E di fronte alla domanda relativa al “quando” e a “quali saranno i segni” che ciò sta per accadere, Gesù risponde che è impossibile sapere “quando”, ma offre un lungo elenco di “segni” dai quali è importante non lasciarsi “ingannare”.

Annuncia dunque la presenza di falsi messia, guerre e catastrofi (vv. 8-11), persecuzioni (vv. 12-19), la distruzione di Gerusalemme e del tempio (vv. 20-24) e, alla fine, “segni” nel cielo e sulla terra che provocheranno il terrore negli uomini, ma saranno la premessa per la venuta del Figlio dell’uomo con tutta la sua potenza (vv. 25-28): con questi ultimi versetti si apre il nostro brano.

Luca non vuole spaventare, ma incoraggiare, come risulta dalla parabola dei germogli (vv. 29-33), non riportata nella liturgia odierna: come i primi germogli annunciano che la primavera è vicina, così questi segni, apparentemente minacciosi, indicano che la liberazione e il regno di Dio sono vicini. Solo così si può comprendere l’invito incoraggiante a “risollevarsi” e “alzare il capo” per poter scorgere quanto di buono sta per accadere.

Un annuncio di speranza

Con tali premesse è più facile comprendere i versetti 34-36, che chiudono il testo odierno: chi saprà rimanere vigilante vivrà la venuta definitiva di Cristo come un incontro desiderato e atteso; al contrario, coloro che si troveranno con i “cuori appesantiti” sperimenteranno il giorno del Signore come un “laccio” che si abbatte improvviso, portando distruzione. Ecco il senso dell’invito: “Vegliate in ogni momento pregando” per avere la forza di “sfuggire a tutto ciò che sta per accadere” e di “comparire davanti al Figlio dell’uomo” (v. 36).

“Sfuggire” e “comparire”: due elementi apparentemente contrapposti che si comprendono meglio alla luce della Prima Lettura (Ger 33,14-16). Prima dell’Esilio Babilonese, che avverrà nel 586 a.C., mentre a Gerusalemme Nabucodònosor aveva posto un re “fantoccio” di nome Sedecia (che significa, paradossalmente, “Il Signore è giusto”), il profeta Geremia annuncia che Dio realizzerà comunque le sue promesse di bene e che Gerusalemme sarà chiamata, significativamente, “Signore nostra giustizia”. Nei “disastri” realizzati dagli uomini, che proclamano la giustizia e realizzano invece i propri piani fallimentari, il Signore rimane fedele e annuncia il suo giusto intervento salvifico. Ne nasce un invito a riconoscere le strade nuove che Dio sta aprendo per far uscire l’uomo dalle prigioni in cui si è rinchiuso con le sue stesse mani.

Nella Seconda Lettura san Paolo prega per i cristiani di Tessalonica affinché crescano nell’amore reciproco e verso tutti: questo renderà i loro cuori “saldi e irreprensibili nella santità” davanti a Dio quando il Signore Gesù verrà. Non c’è più da temere: il Signore, come aveva promesso, è intervenuto nella storia con la morte e risurrezione di Cristo. La vita vissuta in Lui nella carità rende il cristiano capace di non essere sopraffatto da fattori esterni, per quanto disastrosi, ma di essere pronto ad accogliere il Signore che viene.

I vostri cuori non si appesantiscano

Che cosa potrebbe appesantire i nostri cuori? Spesso si pensa che le nostre pesantezze siano causate delle condizioni esterne: i problemi personali, familiari, di lavoro, o le condizioni di vita del nostro tempo, che non lasciano spazi per recuperare risorse personali e spirituali.

La Parola di Dio appare sufficientemente chiara su questo punto: non lasciamoci ingannare. Il Signore è fedele alla sua promessa di vita e pienezza e sta già realizzando la sua salvezza, anche in un contesto che sembra contraddittorio e non adatto alla vita cristiana. I segni della sua azione sono disseminati nelle pagine più oscure della storia. A noi il compito di alzare il capo per imparare a riconoscere tali segni.

Si appesantiscono i cuori di chi non riesce a vedere la luce che quotidianamente il Signore offre, anche tra le tenebre più oscure. E se nel Vangelo Gesù suggerisce come antidoto la perseveranza nella preghiera, per far crescere quella sintonia a familiarità con Lui che ci permette di riconoscerlo in mezzo al frastuono della vita quotidiana, san Paolo aggiunge che la via della carità reciproca costituisce il rimedio più potente per non essere sopraffatti dai mali che l’uomo provoca e subisce.

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