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La logica della fede - III domenica del Tempo ordinario

Non si lasciano le proprie sicurezze se non si intuisce una qualche prospettiva di pienezza: la sequela di Gesù non è prima di tutto una “rinuncia”, ma la scelta di una possibilità più grande che si apre di fronte a chi corre il rischio di “fidarsi”

La logica della fede - III domenica del Tempo ordinario

Il “tempo è nella sua pienezza”, “mancano pochi giorni alla fine”, il “tempo si è fatto breve”: sono tre modi diversi ma convergenti per dire che è giunto il momento opportuno per scelte importanti. Il primo indica la presenza di un’opportunità positiva da cogliere; il secondo, più minaccioso, avverte che non si possono sempre rinviare le decisioni che contano; il terzo, relativizzando questo tratto di storia che ci è donato, orienta a gustarlo in piena libertà. Nella domenica della Parola di Dio siamo invitati a intensificare l’ascolto delle Scritture, perché una maggiore conoscenza della Bibbia la trasformi in nutrimento quotidiano.
Il tempo è compiuto
L’arresto di Giovanni, che riprende la narrazione dopo l’episodio delle tentazioni nel deserto, viene presentato come una sorta di “segnale”: essendo stato messo a tacere colui che doveva “preparare la strada”, ora è necessario che si manifesti colui per il quale il Battista era stato inviato (Mc 1,14-20). L’evangelista non offre molti dati sul “contenuto” del “vangelo di Dio” annunciato da Gesù: il termine greco “euangelion”, però, ci informa che si tratta di una “buona notizia”. Quella che proclama due iniziative di Dio che creano le condizioni per altrettante decisioni importanti dell’uomo. Dio ha condotto la storia alla sua pienezza, per cui gli uomini sono di fronte al momento favorevole per un radicale cambiamento; ma la conversione è possibile solo se si è disposti a credere che Dio abbia già realizzato quanto promesso: “Il regno di Dio è vicino”. Occorre credere che il disegno di salvezza di Dio si sta realizzando per poter agire secondo quella “logica” del Regno che sarà tratteggiata nelle parabole.
La logica della fede provoca uno sconvolgimento del proprio stile di vita, come risulta dalla vicenda delle due coppie di fratelli che rispondono alla chiamata di Gesù: lasciano tutto ciò che garantiva il loro futuro (le reti e le barche) e che costituiva il loro passato (il padre Zebedeo) per seguirlo, fidandosi della sua promessa: “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Non si lasciano le proprie sicurezze se non si intuisce una qualche prospettiva di pienezza: la sequela di Gesù non è prima di tutto una “rinuncia”, ma la scelta di una possibilità più grande che si apre di fronte a chi corre il rischio di “fidarsi”.
Dio vide le loro opere
La vicenda di Giona presenta un esempio altrettanto istruttivo (Gn 3,1-5.10). Gli abitanti della grande città di Nìnive, benché lontani dalla fede ebraica, hanno colto l’occasione opportuna per cambiare radicalmente stile di vita e salvarsi dalla distruzione che li minacciava. Il libro di Giona mette a tema il fatto che Dio vuole portare la salvezza a ogni uomo e non solo a Israele. Giona non sottolinea le possibilità buone che si prospettavano per i Niniviti, ma piuttosto la sciagura che li aspettava, qualora non avessero attuato una conversione radicale. A volte serve anche “minacciare” perché – come la situazione attuale dimostra ampiamente – alcune scelte possono avere conseguenze catastrofiche. Ma non è mai Dio che vuole il male degli uomini, come appare dall’epilogo del brano odierno: “Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece”. “So che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato” (Gn 4,1-2), dirà il profeta quasi “rimproverandolo” per quella che è la caratteristica più straordinaria che Gesù è venuto ad annunciare.
Il tempo si è fatto breve
Anche l’Apostolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, insiste sulla necessità di assumere uno stile di vita adeguato alla constatazione che “passa la figura di questo mondo” (1Cor 7,29-31). Viene relativizzato questo tratto di storia che siamo chiamati a vivere, in rapporto al suo punto di arrivo, che è relazione con Dio vissuta “in Cristo”. Conviene dedicarsi a questa, perché è l’unica cosa che rimarrà. Ma la provocazione a “fare come se” non è un invito al disimpegno rispetto alla propria storia, alle relazioni, al modo di gestire le proprietà e le situazioni gioiose o tristi che la vita ci offre; al contrario, è uno stimolo a viverle “pienamente” per quello che sono: una piccola cosa di fronte alla prospettiva dell’incontro con Dio, ma esattamente i “luoghi” nei quali avvengono le decisioni adeguate perché si possa realizzare tale incontro. Quando ci si attacca troppo a una di queste – che pure si possono considerare “buone” – si rischia di perdere di vista il “punto di arrivo”.

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