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La luce del Figlio che salva il mondo - IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE

Il dialogo tra Gesù e Nicodemo

La luce del Figlio che salva il mondo - IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE

Il Vangelo della quarta domenica di Quaresima (Gv 3,14-21), detta anche “laetare”, presenta la conclusione del celebre dialogo avvenuto di notte tra Gesù e Nicodemo (Gv 3,1-10), lasciando ormai quest’ultimo alla meditazione silenziosa sulle parole ironiche a lui rivolte: “Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose?” (Gv 3,10).

 

Chi fa la verità viene verso la luce

Nicodemo, in effetti, già dal v. 11 scompare dalla scena: l’evangelista vuole dar voce alla comunità credente che, nel momento in cui il testo viene messo per iscritto, ha ormai fatto proprie le parole di Gesù, comprendendone pienamente il senso alla luce della Pasqua.

I vv. 14-15 alludono alla crocifissione come a un “innalzamento/esaltazione”. Il “Figlio dell’uomo” sarà “innalzato” sulla croce, come già aveva fatto Mosè, innalzando il serpente di bronzo nel deserto (Nm 21,9). E come allora chi guardava con fede quel “segno” guariva dal morso dei serpenti velenosi, così ora chi guarda con fede a quell’uomo “innalzato”, avrà la vita eterna: un invito a rimanere in contemplazione di Gesù elevato sulla croce, come suggerisce la liturgia nelle celebrazioni che ci preparano alla Pasqua. Il v. 16 precisa che quell’uomo innalzato sulla croce è il “Figlio unigenito” che Dio ha donato al mondo “per amore”, affinché nessuno di coloro che credono vada perduto.

I vv. 17-21, però, mentre ribadiscono che il Figlio è stato inviato “perché il mondo sia salvato”, sottolineano come la sua venuta costituisca anche una forma di giudizio: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce” (v. 19). L’immagine della “luce” indica l’apertura verso nuove possibilità di vita: la luce permette di vedere chiaramente davanti a sé, di camminare in sicurezza, di gustare quanto ci sta attorno, nonché di riconoscere la presenza di eventuali pericoli. Solo chi ha qualche cosa da nascondere – come un ladro, o un malfattore – odia la luce e non vuole che questa lo raggiunga.

Dio non manda il Figlio per giudicare, ma per “illuminare”; però, chi rifiuta la sua luce, si condanna da sé. Anche se potremmo essere spaventati dalla possibilità che venga alla luce qualche parte “buia” della nostra vita, non abbiamo da temere nel “fare verità.

 

Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati

Il brano del libro delle Cronache scelto come prima lettura (2Cr 36,14-14.19-23), a conclusione di una lunga rilettura della storia di Israele fin dalle sue origini, annuncia la fine – inattesa – dell’esilio babilonese. Questo “castigo” era stato provocato dalle ripetute infedeltà del popolo che, nonostante i numerosi e premurosi avvertimenti offerti da Dio attraverso i profeti, aveva continuato a perseverare nelle proprie scelte di ingiustizia e malvagità. E così il tempio fu incendiato, le mura di Gerusalemme demolite, le case nobiliari incendiate e una parte dei sopravvissuti fu deportata a Babilonia. Il profeta Geremia, però, aveva già annunciato che tale condizione non sarebbe stata “per sempre”, ma solamente fino a che “la terra non abbia scontato i suoi sabati” (2Cr 36,21).

Un editto di Ciro, re di Persia (538 a.C.), diventa l’occasione storica per l’adempimento della promessa del Signore fatta tramite il profeta: “Chiunque di voi appartenga al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga” (2Cr 36,23). Si tratta delle ultime parole della Bibbia Ebraica. Il dialogo tra Dio e il suo popolo non si conclude con una condizione di esilio e schiavitù; ma nemmeno si risolve con un ritorno in patria, o con un pieno possesso di quella che rimarrà per sempre la “terra promessa”: piuttosto, rimane l’invito a permanere in cammino verso una prospettiva di pienezza, non ancora realizzata, ma certamente possibile.

 

Per grazia siete stati salvati

La lettera agli Efesini, in un passaggio che riassume il messaggio di tutto lo scritto (Ef 2,4-10) e, per certi versi, di tutte le lettere paoline, collegandosi oggi anche al brano evangelico ascoltato, richiama – ribadendolo per ben due volte – un dato che nessun cristiano dovrebbe mai dimenticare: “per grazia siete stati salvati mediante le fede” (Ef 2,5.9). La salvezza, ossia il passaggio dalla morte alla vita, è solamente un “dono di Dio” che nessuno può “conquistare” con il suo impegno personale: nessuno può dire di essersi “meritato” tale dono. Ma chi lo accoglie nella fede come dono gratuito partecipa già della vita di Cristo e può perciò agire concretamente in una radicale novità di vita, constatabile anche guardando alle sue “opere”.

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