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La sequela nasce dall'incontro tra uno sguardo d'amore e un cuore libero - XXVIII domenica del Tempo ordinario

Nel brano evangelico il giovane ricco non sa cogliere l'occasione di salvezza che gli viene presentata, nonostante ne riconosca la bontà, perché attribuisce troppo valore alle ricchezze che possiede

La sequela nasce dall'incontro tra uno sguardo d'amore e un cuore libero - XXVIII domenica del Tempo ordinario

Gesù fissando lo sguardo su di lui, lo amò

Il brano evangelico odierno presenta tre scene distinte, ma strettamente collegate tra loro (Mc 10,17-30). La prima racconta del celebre incontro con un “tale” ricco che se ne va triste: pur essendo vissuto fin da giovane secondo la Legge di Dio, non ha saputo staccarsi dalle sue ricchezze nel momento decisivo della chiamata di Gesù che gli è giunta con le parole (seguimi) e con un profondo sguardo di “amore” (vv. 17-22). La seconda scena presenta l’insegnamento conseguente offerto a tutti i discepoli: la ricchezza crea un legame così forte che rende quasi impossibile la salvezza a chi la possiede (vv. 23-27). Nella terza scena Pietro – a nome anche degli altri discepoli – confermando la propria decisione di lasciare tutto per seguire Gesù, sembra quasi chiedersi se questa sia veramente una scelta “saggia” (vv. 28-30). Lo sguardo d’amore rivolto al ricco, il quale sembrava sincero nella ricerca della strada per avere “la vita eterna”, dimostra che Gesù non ha una precomprensione negativa nei confronti dei ricchi: ma è la ricchezza che – di fatto – esercita sull’uomo un potere tale da impedirgli di percorrere la strada che porta all’autentica felicità. Il risultato è una tristezza che lascia sgomenti anche i discepoli: “si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”. Anche se gli esegeti hanno provato a dare una spiegazione “ragionevole” all’immagine usata da Gesù, occorre tenere ferma la sua paradossalità: come è impossibile che un cammello passi per la cruna di un ago, così è difficile che chi rimane attaccato alle proprie ricchezze possa seguire veramente il Signore. La rinuncia, però, non è fine a se stessa, né offre una prospettiva di vita “povera” ma, al contrario: prima ancora di aprire alla “vita eterna nel tempo che verrà”, promette il “centuplo” già qui in questa vita. L’attaccamento ai propri averi e affetti, in realtà, impedisce di gustare la ricchezza di relazioni e di doni che Dio offre a chi si fida di “lasciare”.

Pregai e mi fu elargita la prudenza

Il testo greco del libro della Sapienza, nato in epoca molto vicina all’era cristiana nel giudaismo sviluppatosi presso Alessandria d’Egitto, presenta sapienza e prudenza come virtù preziosissime, in quanto permettono di attribuire il giusto valore alle cose, permettendo a chi ne è dotato di prendere le decisioni corrette nel momento opportuno (Sap 7,7-11). Per comprendere il senso del termine “prudenza”, che non va intesa nel suo senso oggi più “comune”, risulta illuminante ascoltare che cosa ne diceva un autore latino quasi contemporaneo del libro biblico: “La più grande fra tutte le virtù è la sapienza, da non confondersi con la prudenza, detta frónēsis dai greci, che io definirei la scienza delle cose che si devono cercare o fuggire” (Cicerone, I Doveri, 153). Queste virtù, che per il testo biblico non sono solo frutto dell’impegno dell’uomo, ma dono di Dio da richiedere con fiduciosa preghiera, mancavano, probabilmente, al protagonista della prima parte del brano evangelico ascoltato: egli non sa cogliere l’occasione di salvezza che gli viene presentata, nonostante ne riconoscesse la bontà, perché attribuisce troppo valore alle ricchezze che possiede.

La parola di Dio è viva

La lettera agli Ebrei nel brano odierno mette in evidenza la forza “intrinseca” della Parola di Dio (Eb 4,12-13). Essa è come una “spada a doppio taglio”: questa, comunque la si impieghi, sortisce il suo effetto, “tagliando” in tutte le direzioni. L’azione di “discernere i sentimenti e i pensieri del cuore” è esattamente quanto si è realizzato nel dialogo narrato dal brano evangelico: quel tale sembrava davvero sinceramente ben intenzionato, ma il suo cuore non era realmente libero, come è emerso in maniera evidente dalla sua scelta di allontanarsi, deluso, abbandonando la possibilità di offrire pienezza alla sua esistenza. Forse proprio per questo molti cristiani sembrano non essere più capaci di “trovare il tempo” per ascoltare la Parola di Dio: se si lascia che questa “spada” penetri “fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito”, possono emergere tutte le nostre incongruenze e compromessi, in quanto “tutto è nudo e scoperto agli occhi” di Dio. Forse, dunque, non è questione di tempo, di impegni, di contesto culturale che non favorisce. Fuggire alla luce della Parola permette di rimanere in un comodo compromesso che, mentre sembra sostenere un rispetto formale di alcuni comandamenti, non consente, invece, un’autentica sequela di Gesù.

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