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La venuta del Figlio dell’uomo - I domenica di Avvento

Il nuovo anno liturgico si apre con una parte del “discorso escatologico” di Gesù. Il credente può davvero comportarsi come se la luce del giorno fosse già presente in tutto il suo splendore, anche se permangono degli elementi di tenebra che vorrebbero scoraggiare dal rischiare di vivere una vita nuova

La venuta del Figlio dell’uomo - I domenica di Avvento

Con la prima domenica di Avvento inizia un nuovo Anno liturgico, nel quale verrà proclamato principalmente il Vangelo secondo Matteo. Si inizierà ad accostarlo non dalle sue pagine iniziali, ma da quelle che riguardano le cose “ultime”, ossia da una parte del cosiddetto “discorso escatologico” (Mt 24,1–25,46): si guarda subito al punto di arrivo della storia per comprendere come orientare e vivere il tempo presente.
Anche voi tenetevi pronti
Prima di addentrarsi nel racconto della Passione, l’evangelista Matteo riporta l’ultimo di quei cinque grandi discorsi di Gesù attorno ai quali si struttura tutta la sua narrazione: il discorso della montagna (5,1–7,29), quello missionario (10,5–11,1), quello parabolico (13,1–53), il discorso comunitario (18,1–19,1) e, appunto, quello escatologico (24,1–26,1). Nel testo proposto per questa domenica (Mt 24,37-44) l’attenzione è posta sul “fine” della storia, ossia sulla venuta ultima del Signore, indicato anche con un altro nome, semplice e strano allo stesso tempo, “Figlio dell’uomo”, che ricalca l’ebraico ben-adam (figlio di Adamo/dell’uomo). Si tratta semplicemente dell’appellativo biblico per dire “uomo” (Sal 8,5: “Che cosa è mai… il figlio dell’uomo perché te ne curi?”); ma fa anche riferimento a una figura misteriosa che, a partire dal profeta Daniele, assume i tratti specifici del Messia regale atteso, dell’eletto del Signore che verrà a giudicare la storia: “Ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio di uomo […]. Gli furono dati potere, gloria e regno” (Dn 7,13-14). Nel Vangelo di Matteo ricorre ben 30 volte tale espressione: Gesù la usa per parlare di se stesso e della sua venuta. Il suo ritorno, in verità, non è presentato con tratti molto incoraggianti: sarà simile al diluvio universale, che si è abbattuto come una sciagura su tutti coloro che, diversamente da Noè, non erano pronti. Ancor più pesante è la seconda immagine, nella quale si paragona a un ladro che viene di notte per scassinare la casa: si tratta di un avvertimento che invita alla vigilanza, senza la quale quello che potrebbe essere un incontro gioioso si può presentare come portatore di rovina.
Venite, saliamo sul monte del Signore
L’incontro con il Signore non è qualcosa da temere ma, al contrario, da desiderare ardentemente, come risulta dalla prima lettura e dal salmo responsoriale. Nel testo del profeta Isaia si presenta il monte del tempio del Signore come un luogo di attrazione per tutte le genti: da lì egli eserciterà un giusto giudizio che permetterà di superare tutti i conflitti, trasformando le spade in aratri e le lance in falci (Is 2,1-5). Nel Salmo 121, a cui l’assemblea liturgica risponde con un invito ad andare “con gioia incontro al Signore”, risalta la gioia di chi sta per arrivare alla Città Santa in pellegrinaggio, anticipo di quell’ultimo viaggio che si realizzerà alla fine della storia. E mentre si invitano tutti i pellegrini a chiedere “pace per Gerusalemme”, si annuncia che il Signore intende realizzare tale dono, nonostante le condizioni attuali sembrino indicare il contrario.
Il tempo dell’Avvento, dunque, invita a rimanere vigilanti e pronti alla venuta del Signore, ricordando la sua venuta nella storia “in quel tempo”, per saperlo riconoscere nelle sue varie manifestazioni al presente, nella speranza di accoglierlo con festosa gioia alla sua venuta definitiva. Ci invita, però, anche a “metterci in cammino” incontro a Lui: un cammino gioioso, a motivo della meta che ci sta di fronte, ma nel quale sarà anche chiesto di alleggerire il “carico”, rinunciando a qualche cosa di superfluo e trovando tempi più ampi di silenzio e di ascolto, per procedere più speditamente verso l’amore del Signore.
La notte è avanzata, il giorno è vicino
La risurrezione di Cristo, in attesa della sua venuta definitiva, ha già portato un germe di novità reale nella vita presente. Ma questo rinnovamento dell’uomo e del mondo non è ancora pienamente realizzato, come risulta dalla Lettera ai Romani (Rm 13,11-14a). “La notte è avanzata, il giorno è vicino”: non è ancora giunto il giorno pieno, ma la notte è ormai verso la fine; si intuiscono già le prime luci dell’alba e, dunque, non c’è più motivo di temere. Il credente può davvero comportarsi come se la luce del giorno fosse già presente in tutto il suo splendore, anche se permangono elementi di tenebra che vorrebbero scoraggiare dal rischiare di vivere una vita nuova: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”.

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