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La voce e la mano che salvano - IV domenica di Pasqua

Le pecore seguono con fiducia chi le conosce e le chiama

La voce e la mano che salvano - IV domenica di Pasqua

È inverno, e Gesù sta camminando nel Tempio, sotto il portico di Salomone, quando un gruppo di avversari comincia ad incalzarlo perché dica chiaramente se è lui il Messia, colui che tutti attendono come il liberatore d’Israele. La risposta di Gesù rimanda all’incapacità dei suoi interlocutori di capire ciò che lui ha finora detto e operato. E il motivo è chiaro: “Non fate parte delle mie pecore”. Come a dire: Voi avete organizzato una religione, ma non vivete una relazione con Dio. Voi avete l’idea di un Dio, che sa imporsi con potenza sul male, pronto a sconfiggere l’oppressione politica che state vivendo…

Il Dio pastore

È scandaloso per questi uomini, protagonisti della loro religiosità, pensare di stringere un rapporto con un Dio pastore. Un’immagine, questa, che mostra Dio come il fedele compagno di viaggio di ogni momento della vita di Israele. Un Dio pastore che condivide con il suo gregge le ore della stanchezza e della sete, del sole e della valle oscura. Le pecore seguono con fiducia questo pastore perché la sua voce familiare le raggiunge e sentono d’essere conosciute, guidate, amate da Lui.

“Ascoltare” e “seguire” il buon pastore: ecco ciò a cui è chiamato il discepolo di Gesù.
Nell’ascolto di una persona tante volte a colpirci maggiormente non sono le parole ma il modo, il timbro della voce con cui vengono dette. “C’è una voce nella mia vita”, recita un verso di Giovanni Pascoli. Anche nella vita di un discepolo di Gesù, “c’è una voce” che riaccende la fiducia nell’avanzare, nonostante le strade pericolose e i tempi bui. È la voce di colui che sa far vibrare le corde più intime del cuore più impaurito, perché come in sussurro gli dice: “Non temere, io sono con te”

Allora scopriamo che nel rapporto con Dio non siamo noi a dover dire o dare qualcosa a Lui, per indurlo ad aiutarci, ma è Lui stesso che ci dona ciò di cui abbiamo più bisogno: “la vita eterna”, che non è una vita senza fine nel tempo, ma la vita nuova, la vita stessa di Dio in noi. La vita di Amore infinito che unisce il Padre al Figlio.

La mano di Dio

La mano del pastore, simbolo di tenerezza e di cura, sarà la nostra difesa contro ogni forza di male che vuole strapparci dall’amore del Padre e del Figlio. La protezione del Signore non è, però, un facile salvacondotto, ma il dono di una serena fiducia che in ogni istante ci ricorda come “il Padre è più grande di tutti” e che nessuno potrà rapirci da quella mano. Ne è profondamente convinto san Paolo quando scrive nella lettera ai Romani: “Che cosa mi potrà strappare dalla mano di Dio? La persecuzione, il pericolo, la fragilità della vita, le paure? Niente mi può strappare dall’amore di Dio che è in Gesù Cristo!”. La mano di Dio non è altro che il suo amore. Dentro quella mano anche Gesù trova rifugio e sicurezza dalle minacce di morte.

Questa fiduciosa certezza non è, però, un sentimento a poco prezzo. Quella mano “è una mano misteriosa, perché non ci tiene lontano dalla fatica, dalla contrarietà, perché ha un suo modo strano di difenderci. Se non fosse misteriosa non sarebbe la mano del Signore. È mano vicina e misteriosa insieme. Dovremmo imparare a pensare di più alla mano del Signore. Noi siamo sicuri non perché le cose ci danno sicurezza, ma perché la mano del Signore è più grande di qualunque altra cosa” (G. Moioli).

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