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Le tre eredità del Giubileo

Una grande partecipazione domenica pomeriggio alla celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo nella nostra Diocesi. Il Vescovo Gardin nell'omelia ha evidenziato tre eredità di quest'anno giubilare: la consapevolezza di essere amati da Dio, il cui nome è misericordia, uno sguardo compassionevole sull'umanità ferita e abbandonata, e, infine, il servizio, una testimonianza che non può mancare nella comunità cristiana

Parole chiave: Giubileo (127), misericordia (45), Anno santo (5), vescovo Gardin (182), Treviso (1482)
Le tre eredità del Giubileo

La cattedrale di Treviso era davvero gremita questo pomeriggio, per la celebrazione eucaristica di chiusura del Giubileo della misercordia nella nostra Diocesi. In concomitanza con tutte le diocesi del mondo, infatti, oggi si chiudeva l'Anno santo della misericordia, mentre domenica prossima papa Francesco chiuderà la Porta santa della basilica di San Pietro.

Il Vescovo nell'omelia ha ringraziato il Signore per il dono di questo Anno santo e papa Francesco "per la sua luminosa intuizione". Mons. Gardin evidenziato che, al di là di molti bilanci che si potrebbero fare, belli e positivi, di partecipazione e di iniziative, "noi crediamo all’opera silenziosa e nascosta di Dio nei cuori e nelle coscienze: essa ci rimane invisibile; ne possiamo scorgere, tutt’al più, solo degli indizi, dei segni". Per raccontare come Dio opera, Gesù usa l'immagine del seme, il seme della Parola, il seme del Regno. "Noi vogliamo credere che questo anno giubilare abbia sparso semi di Vangelo nella vita di tante persone" ha detto il Vescovo.

Mons. Gardin si è chiesto che cosa ci lascia questo Giubileo, e che cosa ci chiede di incrementare? Sono tre le eredità di questo Anno santo che il Vescovo ha evidenziato: la consapevolezza di essere amati da Dio, il cui nome è misericordia. "Vogliamo pensare che ci siamo maggiormente convertiti al Dio cristiano, al Dio manifestatoci dal volto di Gesù Cristo, raccontatoci dalle sue parabole, rivelatoci dalla sua compassione. Ci auguriamo che sia cresciuta la consapevolezza che, come recita il titolo di un libro-intervista a papa Francesco, il nome di Dio è misericordia. Dio è il Padre dalle braccia spalancate, sempre pronto ad accoglierci. È colui che ci segue nel nostro camminare nell’esistenza, dove i passi sovente sono incerti o affaticati. Ci segue anche quando ci allontaniamo da Lui, anche quando, per mille ragioni, non ne avvertiamo la presenza, o lo sentiamo addirittura come ingombrante, o insignificante, o deludente. Niente dovrebbe più cancellare in noi quell’immagine del padre misericordioso, descrittoci da Gesù nella celebre parabola, che scruta in continuazione l’orizzonte per vedere se il figlio devastato dal vizio ritorna verso casa, e poi gli corre incontro, gli butta le braccia al collo, lo bacia, non lo lascia pronunciare nessuna implorazione o giustificazione e prepara per lui il banchetto della festa".

"In secondo luogo questo Giubileo ci ha aiutato a guardare all’umanità, soprattutto all’umanità ferita, abbandonata, emarginata, con gli occhi di Dio". "Abbiamo riscoperto, e forse rivalutato - ha detto mons. Gardin -, le “opere di misericordia corporali e spirituali”, che parevano roba da vecchi catechismi. Bisogna riconoscere che il Papa in questo ci aiutato con la sua attenzione vivace e sofferta verso i poveri. Lo ha fatto, tra l’altro, nei suoi “venerdì della misericordia”, dei quali non tutti si sono accorti. Con molta semplicità egli si è recato a visitare volta a volta luoghi in cui risiedevano anziani, malati in stato vegetativo, carcerati, tossicodipendenti, profughi (anche quelli approdati nell’isola di Lesbo), persone con grave disabilità mentale, sacerdoti anziani e sofferenti, bambini gravemente malati, e venerdì scorso, anche un gruppo di ex sacerdoti. C’è chi considera come il massimo del bene perseguibile quello di non interessarsi di nessuno, per vivere in pace e lasciare in pace. Ma i discepoli di Gesù sono chiamati ad apprendere continuamente dal loro Maestro la passione e la compassione per l’altro, per lo sventurato, per colui che chiede aiuto".

Ed ecco, allora, la terza eredità di questo Giibileo: il servizio. "Ci è chiesto di essere una chiesa che serve, che accoglie, che cura ferite, che si fa “ospedale da campo”, che si affianca a chiunque, senza alcun atteggiamento di discriminazione, che impiega le sue risorse prima per le persone che per le cose, prima per la carità che per le strutture. Queste sono caduche, come è detto del tempio di Gerusalemme nella pagina evangelica ascoltata; la carità invece rimane, e rimarrà la credenziale per entrare nel Regno: «Mi hai dato da mangiare, mi hai visitato, ti sei fatto prossimo» (cf. Mt 25,35s.).

"È questa è la testimonianza che non può mancare nella comunità cristiana: è la testimonianza del vangelo del servizio e della carità, della scelta dei poveri. Non sempre compresa, anzi talora osteggiata, giudicata magari come una specie di messa in scena da parte di preti «mangiapane a tradimento - come è stato detto da qualcuno -  che parlano di accoglienza perché ci guadagnano un sacco di soldi». Ma Gesù – lo abbiamo sentito – ci ha chiesto la perseveranza nel bene, perché solo nella fedeltà al bene salveremo la nostra vita. Non vogliamo rinunciare, come ha chiesto il Papa questa mattina ad «aprire gli occhi al prossimo, soprattutto al fratello dimenticato ed escluso, al “Lazzaro” che giace davanti alla nostra porta. Lì – ha aggiunto – punta la lente d’ingrandimento della Chiesa. Che il Signore ci liberi dal rivolgerla verso di noi».

"Ecco dunque che cosa ci lascia questo Giubileo - ha concluso il Vescovo -. Vorrei dirlo ripetendo le parole pronunciate nell’omelia odierna dal Papa, in occasione del Giubileo delle “persone socialmente escluse”. Egli si è chiesto: «Che cosa resta, che cosa ha valore nella vita, quali ricchezze non svaniscono?» e ha risposto: «Sicuramente due: il Signore e il prossimo. Queste due ricchezze non svaniscono! Questi sono i beni più grandi, da amare. Tutto il resto – il cielo, la terra, le cose più belle, anche questa Basilica – passa; ma non dobbiamo escludere dalla vita Dio e gli altri». Usciamo dunque idealmente da questa Porta santa - ha concluso il Vescovo - portando in noi la ricchezza di Dio e aprendoci alla ricchezza che sono gli altri, avvicinati, accolti, amati con la tenerezza di Dio".

Mons. Gardin, al termine della celebrazione ha ringraziato mons. Mario Salviato, vicario per il coordinamento della Pastorale, che durante quest'anno ha lavorato per la riuscita dei pellegrinaggi e per la realizzazione di tante belle iniziative che hanno permesso a moltissime persone di vivere con fede questo anno giubilare.

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