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Lo "scomodo" cammino di fede di Annamaria Feder Piazza

“Spesso mi sembra di non concludere nulla... mi domando se sia proprio necessario che noi vediamo con gli occhi o se non basta che veda Dio. Ma alle volte penso ci vuole più fede di quanta ne ho io. Ecco, penso allora che Dio mi abbia messo al mondo per costringermi irrimediabilmente a fare atti di fede su fede e più si va avanti più vedi che la fede è tutt'altro che un pacchetto da portare nella propria borsa”. La lucida coscienza della fondatrice dello scautismo femminile a Treviso.

Lo "scomodo" cammino di fede di Annamaria Feder Piazza

“Spesso mi sembra di non concludere nulla... mi domando se sia proprio necessario che noi vediamo con gli occhi o se non basta che veda Dio. Ma alle volte penso ci vuole più fede di quanta ne ho io. Ecco, penso allora che Dio mi abbia messo al mondo per costringermi irrimediabilmente a fare atti di fede su fede e più si va avanti più vedi che la fede è tutt'altro che un pacchetto da portare nella propria borsa”. Con lucida coscienza una donna legge così il proprio cammino di fede. E' Anna Maria Feder Piazza (1933-1987), educatrice, scrittrice, giovanissima ha fondato lo scoutismo femminile a Treviso. Ha ispirato e indirizzato l'arte di un grande pittore e incisore come Francesco Piazza, suo marito. Molti saranno quelli che si riconoscono nella sopracitata confessione di Anna Maria. Chi non vorrebbe avere, nella borsa della propria vita, una riserva di fede sempre pronta, a cui attingere all'occasione? Spesso ci si lamenta di non possedere quella fede che altri pensiamo debbano avere con grande facilità. Anna Maria, invece, ci ricorda che la fede “è come una cosa magica che quando sei convinto di averne un pacchetto e fai per scartarlo, te ne accorgi che non ne hai neanche un granino, e allora sei costretta a lasciare lì di nuovo tutto e ricominciare a raccoglierne. Si impara solo una cosa: a non custodirla come un pacchetto ma a tenerla sempre in mano pregando che quando la mano si dovrà aprire, ne abbiamo tanta quanto basta per quell'ora e quel giorno. Insomma è proprio il dono e la pena più grandi di tutti”. C'è una grande luce evangelica in quell'immagine del piccolo grano di fede tenuto chiuso nella mano. Ancora una volta siamo di fronte al paradosso di un forza nascosta in ciò che è fragile e insignificante. Ancora una volta si rinnova l'eterno gioco di Dio con gli uomini: “Dammi ciò che hai, anche se poco poco, e e io farò cose grandi”. La vedova di Zarepta, che possiede solo un pugno di farina e poche gocce d'olio per fare l'ultimo pane per lei e suo figlio, offre tutto al profeta Elia che gli chiede da mangiare. Ma da quel giorno non verrà mai meno un pugno di farina e un po' d'olio per il il cibo quotidiano di quella donna e di suo figlio.

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