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“Ma voi, chi dite che io sia?” - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gesù chiede ai discepoli di prendere posizione su di lui. A pochi sarà chiesto di “morire” fisicamente, magari donando la vita nel martirio; ma a tutti è chiesto di fidarsi di Gesù, morendo ai propri disegni, nella fiducia che quelli di Dio porteranno a una vita piena

“Ma voi, chi dite che io sia?” - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

L’entusiasmo di coloro che avevano condotto un sordomuto da Gesù affinché imponesse le mani su di lui per guarirlo appare inarrestabile (Mc 7,31-37). Nonostante Gesù avesse raccomandato di “non dirlo a nessuno”, essi constatano pieni di stupore che egli “ha fatto bene ogni cosa”: perciò non sono disposti a tacere: “più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano” (Mc 7,36). Ma in che senso essi affermano che “ha fatto bene ogni cosa”? Tale frase si comprende meglio alla luce del testo di Isaia proposto come prima lettura: la capacità di far udire i sordi e di far parlare i muti, secondo quell’antico scritto, è una caratteristica del Messia atteso, segno e manifestazione di un nuovo intervento di Dio nella storia. Appare paradossale, però, che la constatazione della fedeltà di Dio alle sue promesse (quelle fatte nel corso di tutti gli eventi narrati nell’AT) avvenga “in pieno territorio della Decàpoli”, nella zona a est del Lago di Tiberiade, abitata per lo più da pagani. Come mai proprio quelli che appaiono più “lontani” sono i primi a riconoscere la novità portata da Gesù, mentre quelli che dovrebbero essere i più “vicini” (vedi i farisei e gli scribi venuti da Gerusalemme nel vangelo di domenica scorsa, Mc 7,1), si dimostrano più refrattari e pretendono continuamente di avere delle “prove”, o si permettono di giudicare i suoi comportamenti alla luce di una propria personale comprensione dei comandamenti di Dio?

 

Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio

L’esperienza del ritorno in patria dopo l’esilio in Babilonia costituisce un momento fondamentale per l’esperienza di fede del popolo di Israele. La pagina del profeta Isaia proposta come prima lettura si colloca in questo contesto storico, quando la possibilità del ritorno diventa ormai tangibile (Is 33,4-7a). Il profeta annuncia che il ritorno degli esuli nella propria Terra è prossimo e che sarà come una processione trionfale o, meglio ancora, come un gioioso pellegrinaggio verso la Città Santa. Con una duplice serie di immagini esprime i sentimenti di gioia che nasceranno di fronte alla manifestazione dell’amore fedele di Dio. Gli esuli sulla via del ritorno saranno come un cieco che recupera la vista, come un sordo che torna a sentire, come uno zoppo guarito che saltella di gioia, come un muto che riscopre il gusto di poter parlare e perciò grida allegramente; nasceranno sentimenti di meraviglia e stupore come quando nel deserto si scopre una sorgente inattesa o – nel periodo delle piogge – le steppe, la terra bruciata e il suolo riarso sono solcati da corsi d’acqua che sembrano apparsi dal nulla, provocando una fioritura impensabile durante l’estate. Si tratta di stati d’animo vissuti, o comunque sperimentati in maniera indiretta, almeno in qualche momento della propria vita, sia dagli antichi Israeliti, sia da tutti noi: la memoria grata di questi momenti incoraggia a perseverare nel cammino, nella fiducia che il Signore tornerà ad offrire questi doni ed esprimendo una lode che nasce dalla certezza – sorretta dalla fede – che Dio è fedele alle sue promesse di vita.

 

Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo?

La lettera di Giacomo continua a offrire indicazioni molto concrete per una comunità di origine giudaica che, essendo probabilmente costituita da un buon numero di credenti che vivevano una situazione economica abbastanza tranquilla, rischiava di dimenticarsi dei poveri (Gc 2,1-5). Dev’essere una tentazione ricorrente quella di invocare l’aiuto del Signore e dei fratelli quando si è nel bisogno, per poi dimenticare (o rimuovere) quel mondo da cui si è usciti non appena le condizioni economiche si volgano a proprio favore. Tutto l’AT raccomanda l’attenzione verso i poveri e, in coerenza con questa lunga tradizione, Giacomo ricorda che “Dio ha scelto i poveri agli occhi del mondo”, in quanto coloro che non presumono della propria ricchezza sono favoriti (anche se non è detto che sia sempre così) nell’essere “ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano” (Gc 2,5b). Senza necessariamente augurare di tornare nella “povertà”, dunque, l’apostolo raccomanda a coloro che vivono in condizioni di agiatezza – o quanto meno di tranquillità economica – di non dimenticarsi dei poveri. Solo così si rimarrà stabilmente “dalla parte di Dio” che, come cantava il Salmo 145, “rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri […] protegge i forestieri […] sostiene l’orfano e la vedova”.

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