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Messico, Francesco va in frontiera

Francesco visita le località più “calde” del Messico, portando speranza in una terra colpita da povertà e narcotraffico. Un viaggio nelle periferie delle periferie, negli epicentri dai quali si originano le ferite del Paese. Le speranze dei missionari trevigiani.

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Messico, Francesco va in frontiera

Papa Francesco arriva in Messico, dal 12 al 18 febbraio. Una visita importante e fortemente voluta in un paese enorme e contraddittorio, attraversato oggi da profonde ferite. E’ il secondo paese con più cattolici al mondo (circa 93 milioni), dopo il Brasile; ma mediamente ogni anno sono solo 200 i sacerdoti che vengono ordinati nel paese. Il Messico è una democrazia, eppure il numero di desaparecidos negli ultimi dieci anni è di 27mila, quasi quanti sono spariti durante la dittatura in Argentina. Non è un paese ufficialmente in guerra, ma negli ultimi dieci anni ci sono stati 200mila morti, causati soprattutto dalla criminalità e da quella terribile forma di guerra che è dichiarata dai narcotrafficanti. Ancora, uno dei paesi del mondo maggiormente coinvolti dal passaggio dei rifugiati, con frontiere bollenti a nord e a sud (vedi l’articolo qui sotto).
Prima ancora di essere compiuta, la visita di papa Francesco è già un manifesto programmatico, per la scelta delle città oggetto di visita. Oltre alla capitale, con il santuario della Virgen de Guadalupe, patrona di tutta l’America Latina, Francesco si recherà a sud, nel Chiapas (a Tuxtla Gutiérrez e a San Cristobál de las Casas); a Ecatepec, povera città satellite della capitale; a Morelia, una delle nuove capitali del narcotraffico; infine, nella città simbolo di Ciudád Juarez, posta alla frontiera con il Texas. Un viaggio nelle periferie delle periferie, negli epicentri dai quali si originano le ferite del Paese. Una scossa anche per la Chiesa, che alla violenza ha pagato negli anni un duro prezzo di vittime (negli ultimi 25 anni un cardinale e 38 preti). Ma la cui voce contro la violenza e la corruzione appare spesso ancora flebile.
Le speranze dei missionari
Sono una decina i missionari della nostra diocesi presenti in Messico, anche se nessuno di questi vive nelle città che saranno toccate dal Papa. Da Tamazunchale, il saveriano padre Angelo Milan, originario di San Martino di Lupari,  dice che la gente è stata finora poco coinvolta: “Qui non se ne parla, sia perché non c’è ancora una coscienza ecclesiale, sia anche perché, quando si parla del Papa, si pensa sempre a una persona lontana. Qualcuno forse lo vedrà per televisione, ma bisogna pensare che per la maggioranza il fenomeno religioso rimane solo a livello di fenomeno, di spettacolo, ma che non ha molto a che fare con la vita. Non incide”.
Padre Francesco Bonora (Pime), originario di Caerano, ci risponde invece da Acapulco. Nota fino a qualche anno fa come località turistica, è ora un’altra città che avrebbe “meritato” la visita del Papa. Secondo l’annuale classifica dell’ong messicana Seguridad, Justitia y Paz sulle città più insicure el mondo, uscita pochi giorni fa, Acapulco è la città più insicura del Messico e la quarta al mondo, con un tasso di omicidi di 104,73 ogni 100mila abitanti. “Il viaggio del Papa in Messico rappresenta un segno di speranza in un Paese martoriato dal conflitto, a causa della criminalità e del narcotraffico - ci dice padre Francesco -. Speriamo con la nostra gente in un’attenzione particolare alle vittime della violenza e in una denuncia dei mali sociali che stanno ferendo in profondità il tessuto sociale di questo popolo”.
Un Paese ferito
Padre Bonora ci fa conoscere anche don padre Jesús Mendoza Zaragoza, il portavoce della diocesi di Acapulco e responsabile della pastorale di Giustizia e Pace, parroco di periferia. Con lui padre Francesco opera quotidianamente: “Abbiamo dato priorità alle vittime delle violenze per offrire loro un accompagnamento e uno sviluppo integrale”, spiega padre Mendoza -. Andiamo alla ricerca dei giovani che si trovano in situazioni di rischio e li aiutiamo a non cadere nella rete della criminalità. Nella nostra attività pastorale, poi dedichiamo grande spazio all’educazione alla pace”. Prosegue padre Mendoza:  “Il Messico vive una situazione critica dovuta a due ferite fondamentali: la disuguaglianza sociale e la violenza. Si coglie un clima di rassegnazione, incertezza, sfiducia generale. C’è scontento per l’inerzia dei nostri governanti , che hanno basato il loro potere sulla corruzione. Ci sono frequenti aggressioni contro i giovani, gli indigeni, i migranti. Per questo ci aspettiamo - e se lo aspettano anche i non cattolici - che il Papa pronunci parole forti per rafforzarci nella nostra aspirazione alla pace, alla giustizia, al rispetto della dignità umana. Sappiamo che il Papa è informato su tutto ciò e crediamo che ci offrirà luce ed energia per affrontare questa situazione. Finora penso che la Chiesa non sia stata all’altezza, che non abbia saputo rispondere con la forza della profezia e della testimonianza. Anche gli stessi vescovi non sempre riescono ad essere vicini alla sofferenza del popolo. Abbiamo bisogno che il Papa scuota la coscienza dei pastori e di tutti noi, per renderci responsabili della sofferenza della gente. Spero che Francesco parli con energia ai nostri vescovi e sacerdoti”.
Bruno Desidera

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