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Missione, fratelli nella speranza

Insieme al libretto della celebrazione, un filo di lana consegnato a ciascuno, segno dell’impegno a essere missionari “tessitori di fraternità”: la veglia missionaria diocesana presieduta dal vescovo Michele, sul tema “Eccomi, manda me!”, è stata ricca di segni, di note, di colori e di voci e ha visto riunito in cattedrale sabato 17 ottobre un bel numero di persone, mentre altre seguivano la diretta streaming da casa. Tra queste anche coloro che dovevano ricevere l’invio missionario: don Claudio Sartor - in partenza per il Paraguay - e le sorelle Cristina Zaros, Silvia Massarotto e Pascale Barbut, della Comunità delle Discepole del Vangelo.

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Missione, fratelli nella speranza

Insieme al libretto della celebrazione, un filo di lana consegnato a ciascuno, segno dell’impegno a essere missionari “tessitori di fraternità”: la veglia missionaria diocesana presieduta dal vescovo Michele, sul tema “Eccomi, manda me!”, è stata ricca di segni, di note, di colori e di voci e ha visto riunito in cattedrale sabato 17 ottobre un bel numero di persone, mentre altre seguivano la diretta streaming da casa. Tra queste anche coloro che dovevano ricevere l’invio missionario: don Claudio Sartor - in partenza per il Paraguay - e le sorelle Cristina Zaros, Silvia Massarotto e Pascale Barbut, della Comunità delle Discepole del Vangelo, che apriranno una fraternità in Algeria e che non hanno potuto essere presenti in cattedrale. Hanno portato, però, ugualmente il loro saluto e una breve testimonianza, via telefono e in dialogo con il Vescovo. “Il Signore vi chiama, forse scombina un po’ i progetti, ma mantiene la promessa di stare con voi - ha detto loro il Vescovo -. Voi mettete a disposizione, nella gratuità, la vostra vita e stimolate me e tutti noi a fare lo stesso. Le nostre sono le emozioni di una Chiesa che vuole essere fedele al Signore e vuole essere felice”.

Durante la serata sono risuonate molte parole, a cominciare da quelle di papa Francesco, che nel Messaggio per la Giornata missionaria propone come modello la chiamata del profeta Isaia, sollecitando una disponibilità generosa anche in questo tempo segnato da una crisi mondiale, in cui siamo stati tutti presi da una “tempesta inaspettata e furiosa”. E poi le parole di Paolo di Tarso, che ha vissuto l’esperienza della tempesta come una nuova opportunità di invio: parole prese dagli Atti e rielaborate in un dialogo immaginario, in cui Paolo riconosce che, proprio in balìa della tempesta, ha fatto esperienza di fraternità.

E ancora, le parole di don Stefano Bressan, per quasi 13 anni “fidei donum” nella missione diocesana in Ciad, e oggi parroco di Quinto e S. Cristina, che ha riletto il senso della presenza dei nostri missionari in quel Paese come un contributo a tenere viva la speranza, come un germoglio di qualcosa di promettente, una piccola luce o un canto lontano, sufficienti a far superare la paura del silenzio e del buio nelle notti africane. “Sono fiero della Chiesa cattolica che è l’unica ad avere il coraggio di restare, con i suoi missionari e con i progetti condivisi con la gente, là dove gli altri arrivano e partono - ha sottolineato don Stefano -. Restando, certo, ci si ammala anche, si soffre, a volte si muore, come testimoniano le storie di Luciano, suor Gina, e di suor Clémence e don Matteo. Il fiume dei progetti realizzati che alimentano la speranza, però, fa il paio con il torrente di speranza che, in direzione opposta, viene incontro al missionario e alla Chiesa che lo ha inviato, di fronte alla testimonianza di tante persone, non solo cristiane, che attraverso la loro vita rendono testimonianza alla speranza”. Don Stefano ha voluto condividere alcuni dei germogli che ha potuto conoscere in Ciad, attingendoli dal proprio diario: dalla fiducia delle persone in Dio alla capacità di accogliere l’ospite, dal valore del tempo e della gratuità alla capacità di gioire anche in mezzo alle difficoltà, dall’apertura alla vita alla capacità di perdono. “E’ importante raccogliere anche qui, oggi - il suo augurio -, i frammenti di speranza che spuntano in questo tempo di pandemia”.

E dopo la testimonianza di don Bressan, le parole, accompagnate dall’ingresso dei rispettivi ritratti, di suor Gina Simionato e di Luciano Bottan, morti in Africa 20 anni fa, in due Paesi diversi, in circostanze diverse, ma accomunati dallo stesso rapporto profondo con Gesù e dallo stesso desiderio di donarsi totalmente ai fratelli.

Dal Vescovo l’invito a prendere in mano la nostra vita, anche se bloccati dalle restrizioni, “perché presi per mano dal Signore Gesù, crocifisso, morto e risorto, capaci di trasformare le nostre case e i luoghi della sofferenza in luoghi eucaristici, di vita, di relazioni, nella prudenza e nel rispetto delle regole, perché lì dentro c’è tanta vita”. Al termine il dono, a ciascun partecipante, dell’enciclica di papa Francesco “Fratelli tutti”.

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