Chiesa
stampa

Mons. Cevolotto: il distacco e la gioia

“Sentimenti diversi e profondi quelli che sto vivendo. Intuisco che cosa prova un fidei donum quando parte per un’altra Chiesa. Il senso del distacco, insieme all’attesa. Porto con me l’essermi giocato in tante realtà diverse, a contatto con sacerdoti, laici, religiosi e religiose, nella collaborazione con i vescovi, consapevole del dono grande che mi ha fatto il Signore”

Mons. Cevolotto: il distacco e la gioia

Nello studio c’è qualche spazio vuoto sulle pareti, qualche scatola per terra, un po’ di carte appoggiate sulle sedie e dei camici stirati (“Questo lo indosserò il 26” dice a suor Marialuisa, la fedele segretaria). Mons. Adriano Cevolotto, prossimo vescovo di Piacenza – Bobbio, a pochi giorni dall’ordinazione episcopale è immerso nei preparativi, pur continuando ad aiutare il Vescovo Michele negli impegni diocesani. “La prossima settimana staccherò un po’, andrò a fare gli Esercizi spirituali, per prepararmi nella preghiera” dice, accettando di raccontarci i sentimenti di questo tempo. “L’avvicinarsi dell’ordinazione rende più concreta la prospettiva - riflette -. Provo gioia per l’imminenza di questo momento di Grazia, ma anche consapevolezza che si accorcia il tempo sia per lasciare questa diocesi, che sento essere la mia casa, la mia famiglia, sia per partire. Mi sembra di intuire che cosa prova un «fidei donum» quando parte per un’altra Chiesa. Il senso del distacco, insieme alla gioia e all’attesa, con il desiderio di capire com’è la Chiesa che mi aspetta”.

Che cosa sente di lasciare a Treviso? Che cosa soprattutto le mancherà?
Questi sono giorni di lavoro e di preparativi, ma anche giorni di incontri e saluti, con tante persone, famiglie, amici. C’è la consapevolezza che questo mondo di relazioni affettuose, costruite nel tempo, non potrà essere come prima. Non scompariranno, ma si trasformeranno. E poi so di lasciare una Chiesa molto conosciuta, nelle sue varie dimensioni, i preti, i religiosi e le religiose, tanti laici. Ma avverto la possibilità di creare nuove relazioni, nuovi legami.

Che cosa metterà come bagaglio bello nello zaino in direzione di Piacenza?
Mi è stato suggerito, non solo dal Vescovo il giorno dell’annuncio, ma anche in questi giorni, di portare con me la mia umanità, le mie caratteristiche personali, che forse è qualcosa che il Signore mi ha donato e si è precisato in questo tempo. Sono convinto che la mia identità, le mie caratteristiche, mi sono state date con il mio dna, e allo stesso tempo sono maturate in famiglia, nel tempo della formazione, e soprattutto dentro il mio ministero. E questo è spendibile ovunque, perché è mio. Quello che posso portare non è tanto la presunzione di avere risposte a tutto, ma l’essermi giocato e aver servito in tante realtà diverse, che poi sono le realtà di una diocesi. In questo senso vado fiducioso, perché mi sembra di portare il mio patrimonio presbiterale, pastorale, l’aver vissuto dentro al campo educativo, formativo, alla dimensione diocesana, alla dimensione importante della carità, e insieme di aver vissuto e desiderato la vita pastorale ordinaria delle parrocchie. E poi ritengo esperienza preziosa il contatto diretto con la vita consacrata femminile, in particolare le Cooperatrici pastorali diocesane e le Discepole del Vangelo.

I momenti più belli, che ricorda con gioia e gratitudine?
Sono moltissimi. Alcuni sono emersi in questo tempo, come l’esperienza di accompagnamento di alcuni preti o laici. Cito Davide Rossanese (giovane di Castelfranco, autore del libro “Io, atipica-mente down. Vivere con corpo lento e mente veloce”) perché la nostra amicizia ha avuto una certa risonanza, ma penso al rapporto con tanti altri ragazzi che partono da una condizione di marginalità o di limite e che è stato motivo di crescita, di scoperta per me, delle ricchezze e dei doni che sono in tutti. Paradossalmente è stata un’esperienza molto bella e insieme molto dolorosa l’accompagnamento di alcune persone alla morte, sia in parrocchia che in questi ultimi anni, come don Pierluigi Guidolin e don Piero Bordignon. E’ un’esperienza straordinaria di fede, in un percorso in cui l’altro si affida a te, per fare un cammino di fede dentro il dramma della malattia e della morte che sta per vivere. Da una parte è doloroso, ma avverti anche quanto sia motivo di Grazia sperimentare insieme a qualcun altro un passaggio così delicato.

E altre situazioni per le quali ha sofferto?
Ricordo in particolare l’omicidio brutale di Jole Tassitani quando ero a Castelfranco. Una vicenda molto dolorosa, pesante emotivamente, psicologicamente e dal punto di vista della fede. La famiglia aveva bisogno di essere sostenuta, ma sentivo che il peso di quel momento coinvolgeva tutta la comunità, e contemporaneamente a me veniva chiesta una parola di speranza. E poi i preti che hanno lasciato il ministero o altre situazioni difficili nelle quali mi sono chiesto se si poteva, se potevo io, fare qualcosa di più. Ricordo la sofferenza per la morte tragica di un giovane prete, e poi le situazioni delicate da custodire.

Ha collaborato con quattro vescovi, un’esperienza importante per la sua vita. In che cosa questa vicinanza l’ha formata?
Con tutti, in modo diverso, ho avuto un rapporto di vicinanza e condivisione. Aprirmi a un servizio come quello del Vescovo, aver avuto la possibilità di lavorare in maniera molto stretta con questi pastori, fa parte dei “patrimoni” che porto con me. Certo un conto è essere segretario, un conto rettore del Seminario o vicario generale. Sono ruoli di vicinanza e condivisione. Ho notato le differenze, le diversità di approccio. Ed è stato significativo veder arrivare un vescovo che era già vescovo e poi veder entrare in diocesi un vescovo che non era già stato vescovo. Ho maturato la convinzione che l’identità episcopale te la devi costruire nel tuo percorso e nella tua esperienza. Ho provato e proverò ad attingere all’esemplarità di tutti, allo stesso tempo mi rendo conto che dovrò fare la mia strada. Quello che mi porto dentro sono le declinazioni diverse di questa carità pastorale del Vescovo.

Da rettore del Seminario ha avuto particolarmente a cuore la ricerca vocazionale dei giovani. Che cosa direbbe oggi a un giovane o a una giovane che desidera realizzare la propria vita?
Per dei giovani che si aprono alla domanda vocazionale oggi non è un momento facile. Quando ero rettore dicevo ai seminaristi e agli educatori che li ammiravo perché ai miei tempi preparavamo gli incontri per i ragazzi e li trovavamo disponibili, aperti. Oggi, con tutto lo sforzo che si mette nell’animazione vocazionale, i risultati sono molto incerti. L’approdo di una vocazione è meno sicuro rispetto a 30-40 anni fa. Eppure c’è una ricchezza e una pienezza di vita che è data anche in questo momento storico. E questo non riguarda solo i sacerdoti. Anche nell’esperienza matrimoniale a volte prevale il senso della fatica, del fallimento. La delicatezza di questo tempo è il fatto che la vocazione matura nel momento in cui tu vedi una meta, un esempio, qualcuno che ti testimonia la bellezza di quella scelta di vita. Prima di fare un appello ai ragazzi, mi viene da chiedere a noi adulti, a noi preti e consacrati se siamo veramente felici della nostra vocazione. Forse questo è il primo modo di parlare ai nostri ragazzi, di affascinarli. Se ci vedono tristi, lamentosi o rivendicativi, credo che non li aiutiamo. Per quanto mi riguarda spero di poter dire con la mia vita che davvero il Signore non ti priva di qualcosa, ma ti dona tanto. Quello che sono è frutto di un cammino di sequela e di grazia, che il Signore mi ha chiesto ma anche mi ha permesso di fare. Mi piacerebbe riuscire a convincere che ci si può fidare del Signore. Dovremmo suscitare desideri belli, grandi, come fece con me padre Vittorio, del Pime, che venne a parlarci dell’Amazzonia. Sarei partito il giorno dopo, anche se avevo 10 anni! Poi, invece che nel Seminario del Pime, sono entrato in quello diocesano. E direi anche ai genitori e agli educatori di sostenere i giovani nella fatica di raggiungere queste mete importanti.

Quale augurio sente di fare alla diocesi di Treviso?
Sono convinto che la nostra diocesi abbia molte risorse, a diversi livelli. A volte mi sembra che ci sottostimiamo. E’ giusto non accontentarsi, ma è giusto crescere nella consapevolezza del cammino fatto, dei doni che ci sono, di quello a cui il Signore ci sta chiamando, in questo passaggio, con la nostra storia e le nostre risorse. C’è un presbiterio ricco, che ha a cuore la formazione, la condivisione di vita, che esprime una passione per questo tempo. Certo ci sono le fatiche, ma dovremmo guardare anche alle potenzialità che sono in atto, cercando di non perdere per strada nessuno. Anche il laicato trevigiano ha molte belle risorse. Porto con me anche l’esperienza della Collaborazione pastorale, che è un modo diverso di pensarsi e di collaborare tra preti e laici che ha portato a dei passaggi importanti, a delle belle novità, soprattutto a livello ecclesiale

Tutti i diritti riservati
Mons. Cevolotto: il distacco e la gioia
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento