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Mons. Tomasi a Castelfranco: uno sguardo al futuro sulle emergenze mondiali

Mons. Tomasi, a margine di un incontro pubblico organizzato a Castelfranco lo scorso 27 aprile, fa il punto sulla questione dei migranti attraverso il Mediterraneo, sulla convivenza pacifica in un mondo sempre più pluralista.

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Mons. Tomasi a Castelfranco: uno sguardo al futuro sulle emergenze mondiali

A guardare la mappa del pianeta, è più la porzione di mondo attualmente in guerra che non quella in pace. La maglia nera dei conflitti in corso se l’aggiudica l’Africa, seguita a ruota dal Medio Oriente. Dalla Siria al Pakistan, dall’Iraq alla Repubblica Centrafricana, dalla Nigeria al Sudan, sono migliaia le vite spazzate via dai conflitti in corso, dalle persecuzioni, dai massacri, che producono esodi di dimensioni bibliche.
“La violenza non costruisce, quindi da una guerra non si potrà mai uscire armi in pugno”. Lo ribadisce mons. Silvano Tomasi, osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra, “là dove si cucinano i piatti che poi si mangiano a New York”. A margine di un incontro pubblico organizzato a Castelfranco (dove ha presieduto la celebrazione eucaristica nel giorno del patrono San Liberale), lo scorso 27 aprile, fa con noi il punto sulle crisi internazionali in corso, sulla questione dei migranti attraverso il Mediterraneo, sulla convivenza pacifica in un mondo sempre più pluralista.
Cominciamo dalla tragedia del naufragio dei migranti nel Mediterraneo la settimana scorsa.
Fermo restando che la priorità è salvare le vite umane, se non si va alla radice del problema non si troverà mai una soluzione. L’emigrazione è legata alle relazioni politiche tra l’Europa e i Paesi d’origine; l’appoggio a forme di governo dittatoriali; il commercio e l’esportazione di armi; la mancanza del rispetto dei diritti umani. Tutte cause che spingono a fuggire per cercare una vita meno indegna.
Come si gioca in questa prospettiva la partita dell’accoglienza? E come vede la risposta europea?
Ci sono diversi livelli da considerare. Il primo riguarda senza dubbio l’attitudine del cuore di ogni uomo, che deve essere aperto alle necessità degli altri uomini, specie se più deboli. Poi però, direi che è importante riprendere in mano la questione dell’accettazione e della distribuzione dei nuovi arrivati, andando anche oltre gli accordi internazionali per permettere la richiesta di asilo politico a qualsiasi paese dell’Unione e non a quello in cui si poggia il piede arrivando in Europa. Infine, non nascondiamoci che degli stranieri – e della loro manodopera – c’è bisogno; a lungo andare, nella storia, gli emigrati hanno sempre portato benessere a loro stessi, a chi li ha accolti e ai loro paesi d’origine.
Di recente lei è intervenuto sulla grave situazione in cui vivono le minoranze cristiane in Medio Oriente. Quale è la situazione?
Ci sono luoghi, in Siria, Iraq, ma anche Nigeria o nella Repubblica Centrafricana in cui si continua a rendere schiave le persone, a vendere donne e bambini, ad uccidere giovani uomini e a bruciare, decapitare, costringere le persone all’esilio. Questi e altri crimini sono commessi nei confronti di chi appartiene a comunità di credenti cristiani il cui sistema sociale e la cultura sono diversi dai combattenti fondamentalisti del gruppo dello Stato Islamico. Allora una domanda che si pone è: per proteggere gli innocenti è lecito usare la forza?
Il Califfato si sta espandendo, affilia gruppi terroristi come Boko Haram o Al Shabaat in Kenia, responsabile della recente strage all’università di Garissa.
L’Isis non è solo un movimento di individui; è un gruppo fondamentalista che controlla un territorio in cui impone le tasse, vende il petrolio sottobanco, riceve rifornimenti di armi e miliziani. Il riferimento alla religione per assassinare persone e seminare distruzione, rende le atrocità che si stanno compiendo ancora più ripugnanti e condannabili. Ma come è possibile che tanti giovani occidentali siano attratti dalla proposta jihadista?
Quale è il ruolo, ed anche la responsabilità, degli Stati Uniti in questo macroscenario?
La destabilizzazione politica del Medio Oriente è senza dubbio la conseguenza dell’invasione dell’Iraq negli anni Novanta. Ne paghiamo ora le conseguenze, e mentre tentiamo di ricucire, scoppiano nuovi conflitti che vedono in campo gli interessi economici e politici degli stati di quell’area oltre che le contrapposizioni etniche. Giovanni Paolo II, con cui ho molto collaborato, aveva tentato a lungo di scongiurare quell’opzione militare. Profeticamente.
Dell’Ucraina non sentiamo più parlare. Eppure si sono registrati scontri anche i giorni scorsi. Cosa sta accadendo?
Credo che questo conflitto politico militare, che vede coinvolte Russia e Stati Uniti e rilancia dunque una competitività mai totalmente sopita, sia un problema molto delicato e molto grave. Sono più di 6 mila i morti già accertati. L’unico spiraglio è riuscire ad aprire un dialogo tra i blocchi contrapposti, sostenuti appunto da Russia e Usa, che riduca per quanto possibile le tensioni e apra ad una risoluzione sostenibile.
Dal suo osservatorio, questi scenari geopolitici come cambiano le nostre società europee?
Le migrazioni mettono in discussione il rapporto tra religione e stato, il livello di libertà religiosa e di espressione che sappiamo raggiungere. Certo, le comunità islamiche in Europa sapranno evolvere e accettare alcuni valori fondamentali della tradizione democratica europea che rende possibile la convivenza nella diversità? La nostra identità è senza dubbio in evoluzione ma con una parola di prudenza, quei valori non negoziabili appunto, da offrire ai nuovi arrivati nel rispetto di tutti.
Poi ci sono anche nuovi temi etici: la pace armata o il disarmo? Droni sì o no?
L’importante è che ci sia la pace, che riusciamo a costruire la pace, dono di Dio agli uomini, così si potranno investire le risorse in sviluppo e qualità della vita. Per quanto riguarda l’uso dei droni penso non si debba prescindere sempre dal controllo responsabile della persona umana.
A che punto siamo nel cammino di un vero dialogo interreligioso?
Se guardiamo i risultati pratici dal Concilio Vaticano II ad oggi, c’è molta strada ancora da fare. Certo è cambiato l’atteggiamento psicologico, ora c’è maggiore rispetto reciproco, ascolto, tentativo di comprensione. Ma la questione con l’Islam è molto complessa perché proprio dentro l’Islam si sta consumando una profonda lacerazione tra le posizioni più tradizionali e chi invece cerca di stare nella modernità. Ad esempio, 126 leader ed intellettuali musulmani hanno scritto di recente una lettera ad Al Baghdadi in cui condannano la violenza e invitano a “smettere di fare del male ad altri per tornare alla religione della misericordia”.
Quale parola di fiducia e di speranza può consegnarci, alla luce di queste riflessioni?
Come cristiani dobbiamo sempre essere ottimisti, sapendo che la provvidenza guida la storia. E nel cammino della storia, nonostante le tragedie, il percorso va verso una comunione più profonda tra le persone per far convergere le risorse di tutti verso il bene comune.

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