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Nei nostri deserti un pozzo d’acqua viva - I Domenica di Quaresima

All’inizio del suo ministero pubblico Gesù vive il deserto della prova

Nei nostri deserti un pozzo d’acqua viva - I Domenica di Quaresima

A ogni inizio di Quaresima l’appuntamento è sempre lo stesso: nel deserto. A qualcuno questa ambientazione potrebbe far balenare la nostalgia di luoghi e tempi silenziosi, per un ristoro dai ritmi talora frenetici della vita quotidiana. Ma il deserto al quale Gesù è condotto dallo Spirito, e noi con lui, non è una sosta turistica tra le bionde dune del Sahara, bensì è il deserto calcareo di Giuda, fatto a tratti di dirupi e solchi profondi. Già questi elementi geografici ci riportano a quei deserti dell’anima in cui spesso le vicende della vita e della storia ci conducono. All’inizio del suo ministero pubblico Gesù vive il deserto della “prova”, termine che traduce la parola “tentazione”, la quale non è solo istigazione al male, ma anche verifica di ciò che si ha in cuore. Gesù avverte d’essere chiamato a discernere l’autentico cammino che dovrà percorre nella sua missione tra noi.
La prima tentazione
“Se tu sei figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. Immediatamente si potrebbe pensare che non è certo un fatto negativo voler risolvere i bisogni primari di una persona, espressi nella realtà del “pane”: cibo, casa, lavoro… Eppure, Gesù avverte che ciò nasconde non solo la tentazione di raccogliere con facilità il consenso umano, ma anche la falsa convinzione che “il pane” sia ciò che di più importante l’umanità abbia bisogno. Può forse l’orizzonte della vita limitarsi al mangiare, al bere…? Gesù rivivrà il brivido di questa tentazione quando, dopo la moltiplicazione dei pani, lo cercheranno per farlo re.
Madre Teresa di Calcutta che spese la sua vita tra i più bisognosi a livello materiale e fisico era ancor più angosciata dalla fame di chi a New York o a Milano muore sazio, ma denutrito nello spirito.
La seconda tentazione
“Ti darò tutto questo potere e la gloria… se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me”. Una tentazione che tocca un nervo sempre scoperto: quello del potere, dell’istinto a dominare su qualcuno. Per riuscirci si è disposti a inginocchiarsi e anche a strisciare davanti a ciò che può farci sentire “qualcuno che conta”. Ogni adorazione che non è rivolta a Dio è sempre diabolica, perché ci divide da Colui che non è “venuto per essere servito, ma per servire”. Quando poi, prima o dopo, ci viene presentato il conto del potere acquisito in questo modo, ci troveremo stretti nella più terribile schiavitù. Poco prima della sua morte vedremo Gesù inginocchiato, ma a lavare i piedi dei suoi amici. Ogni autentico esercizio di potere ci rende servitori dei nostri fratelli.
L’ultima tentazione
“Se sei figlio di Dio gettati giù (dal tempio)… gli angeli ti porteranno sulle loro mani”. E’ la più religiosa delle tre tentazioni. “Prima si trattava dell’economico - osserva padre Turoldo - ora è il mondo dello spirito che è aggredito”. E’ la tentazione della via facile del miracolo o di segni sorprendenti e rassicuranti, che sollevano il cuore dall’affidarsi umile al mistero.
Sarà questa “l’ultima tentazione di Cristo”, quando sulla croce verrà sfidato a scendervi per dimostrare in tal modo che è veramente il figlio di Dio. Questa tentazione la ritroviamo camuffata, talora, nella ricerca di un’efficienza pastorale pronta a far colpo sulle persone.
Ci è difficile sostenere i silenzi di Dio e attraversare l’aridità di deserti interiori o comunitari dove sembra che nulla accada, come nulla accadeva di eclatante nei trent’anni di Nazareth.
Se dovesse apparirci troppo duro il deserto della nostra vita, ci sia donata la consapevolezza che, come scrive A. de Saint- Exupery: “Ciò che rende bello il deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo”. Quel pozzo d’acqua viva che disseta le nostre seti e ci permette di resistere è la presenza stessa di Gesù, che per primo è venuto ad abitare ogni deserto della nostra povera umanità.

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