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Nella responsabilità della cura reciproca e del vivere insieme la nostra vita e la nostra comunità possono diventare un "Magnificat"

Forte il richiamo di mons. Tomasi alla responsabilità civica e al bene comune, a servizio della dignità di ogni persona, il richiamo al valore di una vita di relazioni e di cura reciproca e al camminare insieme, come abbiamo saputo fare durante la pandemia e nell’accoglienza ai profughi della guerra. Importante anche l’appello alla cura della terra, meravigliosa e ferita, potente e fragile.

Nella responsabilità della cura reciproca e del vivere insieme la nostra vita e la nostra comunità possono diventare un "Magnificat"

La nostra vita, la nostra comunità, la nostra terra possono diventare un inno di gioia e di speranza, il nostro Magnificat, se accetteremo la responsabilità della cura reciproca e del vivere insieme: con queste parole il vescovo Michele Tomasi ha concluso questa mattina l’omelia nella solennità dell’Assunzione di Maria. Una festa che i trevigiani celebrano nella chiesa cittadina di Santa Maria Maggiore, Madonna Granda. Una celebrazione all’inizio della quale viene ripetuto il gesto del dono del cero a Maria da parte del sindaco Mario Conte a nome della città.

Forte il richiamo di mons. Tomasi alla responsabilità civica e al bene comune, a servizio della dignità di ogni persona, il richiamo al valore di una vita di relazioni e di cura reciproca e al camminare insieme, come abbiamo saputo fare durante la pandemia e nell’accoglienza ai profughi della guerra. Importante anche l’appello alla cura della terra, meravigliosa e ferita, potente e fragile.L’omelia integrale del Vescovo:

La consegna da parte del sindaco di Treviso al Vescovo del cero nella festa dell’Assunzione di Maria risale al 15 agosto del 1300, in occasione della vittoria di Treviso contro le milizie del patriarca di Aquileia. Successivamente, dopo la rivolta e la liberazione di Treviso da un podestà tiranno nel 1312, viene ampliata la motivazione del voto, aggiungendo anche la liberazione “dalla peste e da altri pericoli”.  Poi nel 1474 verrà un’altra delibera, che decide anche un largo restauro dell’edificio di questa Chiesa. Ancora una conferma ci sarà nel 1796. E il voto è stato ripristinato da una delibera del Consiglio comunale del 1952. Abbiamo compiuto dunque un gesto che si colloca in una lunga tradizione.

I tempi sono più volte cambiati, e si è modificato il modo di considerare l’intervento di Dio nella storia: davvero penseremmo oggi che il Signore voglia intervenire per dirimere una storia di confini che volessimo decidere di risolvere con una battaglia? O pensiamo davvero ancora di chiedere direttamente l’intervento della Santissima Madre di Dio perché si realizzi l’uno o l’altro progetto politico-amministrativo per la nostra città?

E la celebrazione dei misteri della fede cristiana è certamente molto importante per molti dei nostri concittadini, ma probabilmente non è più, da sola, il cemento che unisce in un vincolo di solidarietà la maggioranza della cittadinanza.

Eppure siamo ancor qui, in una catena pressoché ininterrotta di tradizione, senza volerci considerare semplicemente dei nostalgici, e nemmeno tributari di un qualche sentimento scaramantico, o di generico affidamento delle nostre vite ad una qualche forma di forza superiore che ci protegga dalle vicende più faticose ed impegnative della vita.

Ripetere con autenticità questo gesto ci pone di fronte ad una grande responsabilità civica.

Innanzitutto nei confronti di tutti coloro che nei secoli hanno sempre di nuovo inteso rinnovare il voto dell’affidamento del bene della città. Viene espressa, a ben vedere – e credo lo possa essere davvero per tutti i Trevigiani – la fiducia che si possa trovare un orizzonte più ampio di ogni singolo bisogno, un orizzonte grande come il desiderio, meglio, come la speranza di vita che alberga in ogni cuore, in ogni esperienza, in ogni vita, non importa in quale forma essa si esprima. Ci stiamo donando e stiamo condividendo la convinzione che il mistero dell’esistenza possa essere accolto in un orizzonte tanto ampio da far fiorire ogni progetto di vita, ogni visione del mondo, ogni fede, anche ogni rifiuto di essa. Stiamo facendo nostra la responsabilità di tutti per tutti: il senso della vita è personale, ma nessuna persona è un atomo chiuso e concluso in se stesso. Il vero bene è sempre bene «comune», e la relazione attenta e rispettosa, il dialogo franco ed appassionato, la presa in carico delle necessità degli altri, soprattutto di quelli che meno hanno potere e voce, sono l’atteggiamento cui ci impegniamo a vicenda, consapevoli che solo allargando lo sguardo al di là dell’immediato e del contingente riusciremo a dare splendore e spessore al dono della comune cittadinanza.

Il Comune accoglie la responsabilità propria di ogni consesso democratico di costruire le premesse e le condizioni per il bene autentico di tutti, la Chiesa nella sua fedeltà al Signore Crocifisso e Risorto riconosce – in tutta umiltà ma anche con risolutezza – che prova tangibile della sua fede è la cura che essa si prende di ciascuno, a servizio della dignità della persona, di ogni persona, della persona intera.

Ci stiamo anche dicendo e ricordando, oggi, che è possibile il rischio di un cammino comune, e anche che ne vale la pena. Il nostro orizzonte è l’orizzonte della comunità – cittadina, certo, ma poi ampia come il mondo intero. Noi siamo intessuti di relazioni, siamo liberi solamente all’interno di una storia, e soltanto vivendo in essa possiamo liberamente disporre di quanto ci è stato donato. Ciò che è personale non deve essere unicamente e necessariamente privato.

In tanti momenti anche recenti abbiamo saputo dimostrare la verità concreta di questo assunto, ogni volta che vincendo paure e chiusure abbiamo agito sapendo che non ci si salva da soli, che camminare insieme, nella concretezza dei fatti, è in fondo l’unica fonte di vera felicità. Quello che abbiamo sperimentato, nelle fatiche della pandemia come nell’accoglienza dei profughi della guerra, diventi stile e metodo per affrontare le grandi vicende e le sfide del nostro tempo.

Siamo qui nella festa dell’Assunzione di Maria, e questa non può essere soltanto una ricorrenza come un’altra. Ci troviamo infatti nella festa in cui, nella definizione che ne ha dato nel 1950 Papa Pio XII, celebriamo nella fede come “l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo” (Papa Pio XII, Munificentissimus Deus). Infatti “Cristo è risorto, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15, 20).

In Maria riconosciamo questa primizia realizzata. Vediamo Lei, infatti viva, in anima e corpo, tutta intera, nel suo essere pienamente creatura, in quella vita in pienezza che chiamiamo «gloria». Maria ha “terminato il corso della sua vita terrena”, ha vissuto in tutto come noi, gioie e fatiche, speranze e delusioni, fatiche e consolazioni. Ha vissuto una vita intera come le nostre, e dunque anche l’orizzonte della morte, del termine della vita terrena. Morte cui dobbiamo guardare con realismo e lucidità, pena la completa disumanizzazione delle nostre relazioni e delle nostre scelte, pubbliche e private, ma con il dono grande di poter credere che nulla andrà perduto di quanto di buono ci è donato o di cui sentiamo anche solo una voce di promessa nelle nostre opere e nei nostri giorni. Maria vive, gloriosa, “in anima e corpo” ed è con Cristo, primizia per noi.

Quel volto, quello sguardo, quella lacrima quel sorriso, quell’alba o quel tramonto, l’albero o l’animale, il battito d’ala e la roccia silenziosa; questa nostra terra, meravigliosa e ferita, questa nostra società, potente e fragile, ogni nostro sentimento che ci fa paura ma ci riempie di gioia: tutto questo è là, vivo con Maria. Forse solamente in attesa del nostro Magnificat, di quell’inno di gioia e di speranza che può diventare la nostra vita, la nostra comunità, la nostra terra se accetteremo la responsabilità della cura reciproca e del vivere insieme.

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