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Ordinazioni presbiterali: quelle mani sul capo, forza di Dio

Sabato 16 maggio, in Cattedrale, cinque giovani, studenti del nostro Seminario, diventeranno sacerdoti. Il momento centrale dell’ordinazione è quello in cui il Vescovo impone le sue mani sul capo degli ordinandi. Lo stesso gesto compiono poi tutti i sacerdoti presenti, ad indicare che l’intero presbiterio è coinvolto nella “creazione” di un nuovo sacerdote

Ordinazioni presbiterali: quelle mani sul capo, forza di Dio

Le ordinazioni presbiterali sono il prezioso regalo che il tempo pasquale consegna alla nostra chiesa. Vi scorgiamo la volontà del Signore di essere presente tra noi mediante coloro a cui affida il compito di annunciare il Vangelo, celebrare i sacramenti, promuovere la comunione, guidare le comunità cristiane. Vi riconosciamo anche la disponibilità obbediente di alcuni giovani – i cinque che saranno ordinati – ad accogliere la sua chiamata e a mettersi in cammino, mandati da Lui, per le strade del mondo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura… Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro…» (Mc 16,15.20). 

Sabato pomeriggio, nella nostra cattedrale, si ripeterà questo mandato da parte del Signore; e Filippo, Stefano, Luca, Stefano, Angelo gli risponderanno che sono pronti a “partire”. Tutta la nostra chiesa diocesana vi sarà idealmente presente, invocando sui cinque nuovi sacerdoti la forza dello Spirito, Colui che rende autentici e coraggiosi i nostri “sì”, troppo fragili e paurosi se lasciati alle sole nostre forze.

 Il momento centrale dell’ordinazione dei presbiteri è quello in cui il Vescovo impone le sue mani sul capo degli ordinandi. Lo stesso gesto compiono poi tutti i sacerdoti presenti, ad indicare, in certo modo, che l’intero presbiterio è coinvolto nella “creazione” di un nuovo presbitero. Il rito è assai sobrio: un semplice gesto compiuto in silenzio; né il vescovo né l’assemblea dicono o cantano alcunché. Ma è – esprimo qui il mio sentire – un gesto carico di emozione e denso di sensazioni. 

Naturalmente si tratta di sensazioni personali, che ogni vescovo ordinante custodisce nella propria esperienza di pastore e, in particolare, di ministro del sacramento dell’Ordine. Ma vorrei confidare, con molta semplicità, qualcuno dei pensieri che, mescolati alla preghiera, affollano la mia mente in quel momento. Niente di straordinario, ma forse anche confidando i pensieri che accompagnano quel gesto il vescovo offre un servizio alla sua chiesa, alla quale è, per così dire, chiamato a rendere conto del suo ministero.

Nell’imporre le mani il mio pensiero va dunque, quasi inevitabilmente, alla chiesa dei primi tempi. Si affacciano alla mente dei flash. Per esempio, nella comunità di Antiochia, l’inizio della grande avventura apostolica di Paolo e Barnaba, che lo Spirito Santo ha «riservato per la sua missione»: quando, «dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono» (At 13,2-3). Oppure l’immagine di Paolo che impone le mani sul capo del suo collaboratore Timoteo, al quale poi scriverà: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani (2Tim 1,6); e anche: «Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbiteri». (1Tim 4,14). È quel gesto compiuto da Paolo e dagli altri apostoli, e poi ripetuto lungo la storia dai loro successori, che ha creato una “trasmissione” del ministero del presbiterale che è giunta fino a noi. E non dimentichiamo che ognuno di noi è cristiano anche perché un sacerdote ha immesso e immette nella nostra esistenza, soprattutto mediante i sacramenti, la vita stessa di Cristo. Il pensiero corre dunque al dono che il Signore ha fatto, fa e farà a tutte le generazioni cristiane: il dono di presbiteri per la vita della chiesa.

Ma il giovane inginocchiato davanti a me, sul quale mi è chiesto di compiere questo antico gesto, ci è dato per questo tempo e per questa chiesa particolare che è in Treviso. Egli riceve un “dono”, come ricorda con insistenza Paolo a Timoteo; ma un dono che non è per lui, meno che mai per il suo onore personale: è dono per gli altri – per questa chiesa, appunto –, è “dono da donare”, dono che domanda di farsi dono; è vita chiamata continuamente a superare i confini posti dal “per me”, “per la mia soddisfazione”, “per il mio personale benessere”. A Timoteo Paolo, dal carcere, ha scritto anche: «Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2Tim 1,8). Il farsi dono per gli altri del presbitero deve avvenire nella gioia; la fedeltà al Vangelo, tuttavia, può chiedere anche di saper soffrire. Ma con la forza di Dio si può anche donare tra le lacrime.

Quelle mani stese sul capo dell’ordinando divengono allora preghiera intensa: Signore, la tua forza diventi la forza di questo fratello. Lo renda disponibile ad essere “gettato” nel mondo a causa di Gesù Cristo, e per annunciare e aiutare ad accogliere il Vangelo, la “lieta notizia” che è Gesù. Come ha scritto nel suo testamento spirituale, rievocando il suo ministero, l’ultimo dei tredici sacerdoti deceduti nei primi mesi di quest’anno: «Tutte le persone della parrocchia le ho rispettate e amate. Vorrei aver comunicato a loro nient’altro se non Gesù Cristo, con lo spirito stesso di Gesù, tenerezza di Dio».

Vescovo di Treviso

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