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Pane vivo disceso dal cielo - XIX domenica del Tempo ordinario

La mormorazione dei Giudei e la risposta di Gesù, che mette a confronto il dono che lui è venuto a portare con la manna nel deserto: pur essendo stato un segno fondamentale per il cammino, non è stata sufficiente a salvare gli Israeliti dalla morte

Pane vivo disceso dal cielo - XIX domenica del Tempo ordinario

Nel brano evangelico ascoltato domenica scorsa, di fronte al desiderio espresso dalla folla (“Signore, dacci sempre questo pane”, Gv 6,34), Gesù aveva affermato: “Io sono il pane disceso dal cielo” (Gv 6,35). L’evangelista non dice quale sia stata la reazione della folla poiché, nell’articolato dialogo con Gesù che ha preso avvio, subentrano ora “i Giudei” (Gv 6,41-51). Questo termine, nel Vangelo di Giovanni, non indica tanto un’appartenenza etnica o religiosa, quanto piuttosto include tutti coloro che, non riuscendo a cogliere la novità portata da Gesù, si oppongono a lui e ai suoi discepoli: vi si possono riconoscere tutti coloro che scelgono di rimanere legati alle proprie sicurezze.

Disceso dal cielo?

Questi vengono presentati nell’atto di “mormorare” (come il popolo nel deserto, cf. Es 16,2.7.9.12), proprio in reazione all’affermazione di Gesù. Non sembrano mettere in discussione il fatto che Gesù si presenti come “pane”, quanto piuttosto la sua pretesa di essere “disceso dal cielo”: “Di lui non conosciamo il padre e la madre?” (v. 42), come può dunque asserire di essere disceso dal cielo? Gesù non si preoccupa di rispondere; preferisce invece mettere in evidenza le dinamiche positive della fede: per credere, e quindi avere la vita eterna (v. 47), occorre, innanzitutto, essere attirati dal “Padre”; quindi lasciarsi istruire da lui, ascoltandolo per imparare da lui e, di conseguenza, scegliere di andare verso Gesù. Egli chiama “Padre” quel Dio che Israele aveva già imparato a conoscere; dichiara così di vivere con lui una relazione tutta speciale. Inoltre, sconvolge i Giudei con un’affermazione ancor più provocatoria: “solo colui che viene da Dio ha visto il Padre” (v. 46). Non è possibile vedere Dio e rimanere in vita (cf. Es 33,20), come aveva confermato lo stesso evangelista nel Prologo: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio […] lo ha rivelato” (Gv 1,18). Tralasciando le reazioni degli astanti, Giovanni lascia la parola a Gesù che quale mette a confronto il dono che è venuto a portare con la manna nel deserto: pur essendo stato un segno fondamentale per il cammino nel deserto, non è stata sufficiente a salvare gli Israeliti dalla morte. Gesù invece afferma: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (v. 51).

Alzati, mangia

La “carne” di Gesù, ossia la sua vita donata sulla croce e presente nel pane eucaristico, apre le porte della “vita eterna” a chiunque ne mangi. La “vita eterna” non è semplicemente il superamento della morte, come spiegherà Gesù stesso, ma è l’esperienza della conoscenza di Dio, ossia una relazione nuova con Dio che va oltre la morte: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

L’ultimo tratto del cammino spirituale di Elia, opportunamente proposto come prima lettura (1Re 19,4-8), offre luce su questo aspetto. Il profeta aveva da poco dimostrato che il Dio di Israele è il vero Dio, l’unico capace di far scendere il fuoco dal cielo (1Re 18,20-40); forte di tale convinzione, aveva ucciso personalmente tutti i quattrocentocinquanta profeti di Baal, attirandosi le ire della regina Gezabele. Scoraggiato da tale situazione, aveva deciso di allontanarsi in direzione del deserto, desideroso solo di morire perché, nonostante quella dimostrazione di forza, si trovava da solo ad affrontare la persecuzione. In questo contesto drammatico, per due volte interviene un messaggero di Dio a donargli una focaccia e dell’acqua per permettergli di raggiungere l’Oreb. Nutrito da quel pane, giungerà al Monte Sinai, dove vivrà un’esperienza rinnovata di incontro: abbandonata la propria idea di Dio, si lascerà nuovamente stupire da quel Dio che si rivela nel “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12). 

Non vogliate rattristare lo Spirito Santo

La lettera agli Efesini meriterebbe uno spazio che non è possibile dedicare in questa rubrica. Sarà sufficiente evidenziare un unico aspetto che emerge con chiarezza nel brano odierno (Ef 4,30–5,2). Poche righe prima Paolo aveva detto: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira” (Ef 4,26), ossia non chiudete la vostra giornata senza esservi riconciliati con coloro coi quali possiate avere avuto qualche diverbio. Ora ribadisce che asprezza, sdegno, ira, maldicenze e malignità hanno il potere di “rattristare lo Spirito Santo”, ossia di impedirne l’azione di guida e di consolazione che questi immancabilmente svolge in chi non lo “spegne” (cf. 1Ts 5,19).

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