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Paola Bignardi sulla recente enciclica: "Scoprirci fratelli perché figli del Padre"

Fratelli si nasce. Ma occorre imparare a vivere da fratelli. Ecco perché l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco ha una grande valenza anche educativa. Si collega idealmente all’appello per un patto educativo globale, rivolto dal Papa nei giorni scorsi. E si rivolge, anche e in particolare, alle giovani generazioni. Ne è convinta Paola Bignardi, pedagogista, già presidente dell’Azione cattolica italiana.

Paola Bignardi sulla recente enciclica: "Scoprirci fratelli perché figli del Padre"

Fratelli si nasce. Ma occorre imparare a vivere da fratelli. Ecco perché l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco ha una grande valenza anche educativa. Si collega idealmente all’appello per un patto educativo globale, rivolto dal Papa nei giorni scorsi. E si rivolge, anche e in particolare, alle giovani generazioni. Ne è convinta Paola Bignardi, pedagogista, già presidente dell’Azione cattolica italiana. Attualmente fa parte del Comitato d’indirizzo dell’Istituto Toniolo e segue in particolare le ricerche sull’universo giovanile. Dallo scorso luglio è anche presidente della Fondazione “Don Primo Mazzolari”.

Personalmente, cosa l’ha colpita maggiormente del testo di Francesco?

Molte cose mi colpiscono in questa enciclica che ripropone temi bergogliani familiari, eppure ha una singolarità. Ci dice chi siamo, non che cosa dobbiamo fare: siamo fratelli. L’essere fratelli, a differenza di altre condizioni, non è frutto di una scelta. Si è amici per scelta, ma fratelli si nasce, ed è un dato che prescinde da noi. papa Francesco vuole richiamarci alla realtà del nostro essere fratelli. E’ una dimensione che apre la nostra vita all’universalità, perché non ci sono caratteristiche che delimitino la condizione fraterna: né la fede, né la razza, né il territorio… tutti, uomini e donne che vivono in questo mondo, siamo fratelli. Ma questo chiama in causa la nostra concezione di Dio: se siamo fratelli, Dio è Padre. E poi continua a colpirmi il linguaggio e la capacità di Papa Francesco di esprimere le verità più profonde della nostra fede con il linguaggio comune. In questo testo, vi sono due parole che vorrei citare. La parola sogno, che si trova spesso nei discorsi del Papa a indicare la voglia di pensare in grande, nella libertà e nella creatività; e la parola gentilezza, che dice una sfumatura della relazione fraterna piena di delicatezza e di stile.

La prospettiva educativa non pare essere visibile in modo evidente nell’enciclica (la parola educazione ricorre solo 7 volte). Eppure, essa è presente? E come?

La dimensione educativa non ha necessariamente bisogno di essere esplicitata: è implicita in una visione della vita umana non scontata, in quelle prospettive cui non sarebbe naturale guardare senza un’intenzionale e accurata azione educativa. In questa enciclica ve ne sono alcune molto esigenti. Questa, che può essere considerata un’enciclica sociale, chiama in causa fortemente l’idea di Dio: a quale Dio educano i nostri percorsi catechistici? A un Dio Padre, o a un Dio legislatore, giudice; all’Onnipotente che può fare miracoli e cui rivolgerci per risolvere i problemi della nostra vita? L’elenco potrebbe essere lungo, per scoprirci fratelli occorre che questa idea di Dio come Padre sia forte nell’educazione cristiana e dia impronta a tutto il resto. E poi vi è un filo rosso che percorre il documento e che chiama in causa l’educazione: è l’idea stessa di fratellanza. Noi siamo fratelli, ma a vivere da fratelli occorre imparare. Si potrebbe dire che si è fratelli e che al tempo stesso bisogna diventare fratelli. Fratelli si è, e fratelli si diventa. Vi sono poi delle affermazioni, disseminate nel testo, quasi di passaggio, che però servono a delineare uno stile di vita fraterna; affermazioni che non hanno nulla di scontato, ma che chiedono un’azione educativa intensa e raffinata per modellare comportamenti e nuovi stili di vita.

L’appello rivolto qualche giorno fa per un Patto educativo globale come si collega dunque con la recente enciclica?

Un Patto educativo globale si collega a questa enciclica per le sue implicanze educative, ma a tutto il magistero di papa Francesco e della Chiesa tutta. E va anche ben al di là della Chiesa. Il Patto educativo fa appello all’esigenza che si stringa finalmente un’alleanza tra le generazioni, un’alleanza che deve avere negli adulti la forza propulsiva. E’ un discorso molto complesso, che non si risolve con qualche buon proposito, ma che ha bisogno di un ripensamento radicale e di una vera conversione da parte di tutti. Quello dell’educazione è uno degli aspetti del cambio epocale di cui talvolta parla Papa Francesco; e va preso con la serietà del caso.

Uno degli aspetti del testo è la sottolineatura dell’apertura, rispetto alle tante chiusure del mondo d’oggi. Come educare a tale apertura?

Più che educare i giovani a tale apertura occorre che noi adulti ci lasciamo educare da loro, dalla loro disponibilità all’incontro. I più giovani conoscono la “cultura dell’incontro” (FT 30) molto meglio di noi adulti. Hanno meno di noi il senso dei confini, sono consapevoli che la partita del futuro si gioca sul campo del mondo; diversamente, è una partita persa.

Nel testo del Papa si coglie la bellezza ma anche la lunga semina necessaria per vivere pienamente la fraternità umana, in particolare nella sua declinazione di amicizia sociale. E’ un’ideale alla portata dei giovani d’oggi, alla luce delle sue recenti indagini sull’universo giovanile?

Penso che l’idea di un’amicizia sociale trovi i giovani molto sensibili e disponibili. La solitudine costituisce una delle condizioni che i giovani oggi percepiscono in maniera molto forte: si sentono soli e disorientati davanti a un mondo complesso, che cambia sotto i loro occhi e si rendono conto di non avere al fianco persone più esperte di loro disposte ad accompagnarli a capire, a trovare il loro posto nel mondo, a mettere a frutto della società le risorse che sentono di avere ma che non riescono ad esprimere a vantaggio di tutti.

A proposito di giovani, ci sono aspetti dell’enciclica che a suo avviso sono particolarmente rivolti a loro? Si aspetta che vengano recepiti?

Ai giovani stanno a cuore i temi dell’ambiente, della giustizia sociale, dell’uguaglianza, di un modo di vivere in società rispettoso e solidale. Sicuramente l’enciclica troverà in loro degli interlocutori attenti e disponibili. Solo che i giovani si rendono conto che nella società i loro pensieri, i loro orientamenti, la loro sensibilità contano troppo poco. E niente è più in grado di abbattere l’autostima - come dice la FT - del non trovare attorno a sé un clima di fiducia. L’enciclica poi ha una visione molto aperta al dialogo tra le religioni, basti pensare a ciò che scrive Papa Francesco: “Mi sono sentito stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, con il quale mi sono incontrato ad Abu Dhabi” (n. 5). Questo è un altro aspetto che troverà nei giovani una sensibilità attenta: i giovani, che non sono per niente increduli ma che hanno un modo di credere che si distacca da quello tradizionale e “canonico” degli adulti, sentono che il dialogo tra le religioni è un’opportunità e che è una strada da perseguire. Nel loro modo di pensare vi è certo il rischio del sincretismo, ma penso che sia un rischio da correre. Una giovane immigrata dal Marocco, islamica, mi diceva qualche tempo fa che i credenti - lei non faceva distinzione di appartenenze religiose - hanno la responsabilità nel mondo consumista di oggi di mostrare il valore della dimensione spirituale della vita e l’importanza del riferimento a Dio. Penso che papa Francesco sottoscriverebbe in pieno questa preoccupazione.

Bruno Desidera

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