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Papa Francesco un anno dopo: andare lontano, incontro al mondo

Jean-Louis Schlegel, filosofo e sociologo francese: "Per lui, arcivescovo di Buenos Aires, la giustapposizione di grandi ricchezze e d'immensa povertà è un'esperienza e un'evidenza immediata. La periferia, allungata all'infinito, è il luogo simbolo della povertà materiale, culturale, affettiva... e, al tempo stesso, il simbolo aggressivo di tutti i cambiamenti e i contrasti di spazio/tempo post-moderno"

Parole chiave: papa francesco (768), periferie (14)
Papa Francesco  un anno dopo: andare lontano, incontro al mondo

Filosofo, sociologo delle religioni, traduttore. Jean-Louis Schlegel si dice particolarmente interessato alla ricomposizione del religioso e, in particolare, della Chiesa cattolica nella società contemporanea. L’invito di Papa Francesco a uscire nelle periferie per andare incontro agli uomini e alle donne che le abitano, rientra in questo grande disegno di riconciliazione tra il mondo e la Chiesa.

Prof. Schlegel, intanto una sua prima impressione di questo primo anno di pontificato? Quale dimensione nuova Papa Francesco ha portato alla Chiesa?
“Ho una duplice impressione: da una parte vedo che la Chiesa è governata ma noto anche che è governata in modo diverso. Mi spiego: è governata da qualcuno che riflette, agisce e prende lui stesso le decisioni. Papa Francesco non si accontenta di ‘regnare’ lasciando ad altri il governo della Chiesa. Papa Francesco governa e per aiutarsi in questo compito ha creato un apposito Consiglio di cardinali, un’istanza pubblica, ufficialmente incaricata di fare le riforme. Si esce così dall’occulto, dagli intrighi, dalle speculazioni per un governo in piena trasparenza. Dunque il Papa governa, ma governa con uno stile diverso. Voglio dire che imprime uno stile particolare al suo governo che consiste innanzitutto nel prendersi personalmente i rischi delle proprie decisioni. Francesco non ha atteso di mettere in moto le riforme strutturali (Curia, finanze, ecc) per cambiare la Chiesa. È lui stesso la riforma. Il cambio di stile è straordinario - a partire dalla sua abitazione, il vestito, i rapporti ‘fisici’ con le persone (anche con le donne, per esempio, che abbraccia senza esitare). Compie in questo senso anche gesti simbolici: non si limita a invitare gli altri ad andare incontro al povero e ai piccoli. Ci va lui di persona. Basti pensare a Lampedusa, all’incontro con i disabili, ai bambini della prima comunione, alla lavanda dei piedi il Giovedì Santo... In altre parole, paga di persona e avvia la riforma della Chiesa senza attendere il completamento dei lavori del suo Consiglio cardinalizio. Si ha l’impressione di essere ‘in riforma’ da un anno”.
Lei parlava dell’invito del Papa di andare incontro ai piccoli, alle periferie. Quali sono le periferie moderne dove appunto immergersi?
“Il Papa parla agli uomini e alle donne di questo tempo e le persone oggi vivono prevalentemente nelle città e nelle loro periferie. In Francia il termine ‘péripherie’ rimanda alle periferie più lontane, ai bordi più esterni dei quartieri periferici. Non tutte le periferie però sono povere. A Parigi e nella regione parigina, per esempio, parte della periferia è molto ricca. Non credo che il Papa si riferisca a queste periferie (anche se c’è una povertà spirituale). Credo piuttosto che il Papa parli delle periferie sperdute e lontane dove non ci sono case ma torri, ‘lunghi casermoni’ abitati da moltissimi giovani e dove la disoccupazione è alta. Sono i luoghi dove vivono gli ultimi arrivati, gli immigrati provenienti da Paesi poveri e i contadini poveri attratti dalla città e dalle sue promesse spesso ingannevoli...”.
“Per lui, arcivescovo di Buenos Aires, la giustapposizione di grandi ricchezze e d’immensa povertà, come in tutte le megalopoli del Sud, è un’esperienza e un’evidenza immediata. La periferia, allungata all’infinito, è il luogo simbolo della povertà materiale, culturale, affettiva ... e al tempo stesso il simbolo aggressivo di tutti i cambiamenti e i contrasti di spazio/tempo post-moderno”.
“Il Papa ha certamente in testa anche le ‘periferie simboliche’ dell’esilio interno, della solitudine, del dolore di vivere, della violenza, senza dimenticare gli uomini lontani dalla Chiesa”.
“Perché bisogna uscire. Uscire e andare lontano. Ma uscire per andare lontano dove? Uscire dalla ‘sacrestia’, dai ‘templi’, dalle mura della parrocchia identificata come ‘cattolica’. Sembra che Francesco suggerisca che questo andare fuori faccia bene ai sacerdoti, non solo spiritualmente, ma anche a livello psicologico: si tratta per loro di uscire dallo spazio ecclesiale per cambiare aria. A volte ho anche avuto la sensazione che Benedetto abbia sottolineato la liturgia, la conversione interiore, lo spazio della Chiesa e la vita spirituale. Per Francesco era troppo ristretto. Lui sprona ad andare incontro agli esseri umani, anche ai non cristiani, addirittura spingendosi fuori dall’etica cattolica, non solo a causa dell’evangelizzazione o per ‘convertire’, ma per vivere un’esperienza personale. La ragione che ha dato per spiegare la scelta di stare a Santa Marta, non è la povertà o la virtù (neanche per evitare il Palazzo Vaticano). No, lui ha bisogno di scambiare parole con quelli che si trovano al suo tavolo e si trovano lì per caso e non per etichetta vaticana. E, infine, penso, che Papa Francesco ricordi ai vescovi, ai sacerdoti e ai laici che non è sufficiente servire il corpo della Chiesa come dei ‘buoni funzionari’. Il Vangelo esige di più! ‘Magis’, come diceva Sant'Ignazio, fondatore dei Gesuiti. Cristo chiama i suoi discepoli a fare ‘di più’”.

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