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Papa Luciani: pastore esemplare, apostolo del Concilio

“Ciò che ci fu concesso solo per trentatré giorni emana una luce che non può più venirci tolta”. Era il 6 ottobre 1978 e l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, cardinale Joseph Ratzinger, nell’omelia del pontificale in suffragio di Giovanni Paolo I ne rimarcava così il tratto inalienabile

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Papa Luciani: pastore esemplare, apostolo del Concilio

“Ciò che ci fu concesso solo per trentatré giorni emana una luce che non può più venirci tolta”. Era il 6 ottobre 1978 e l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, cardinale Joseph Ratzinger, nell’omelia del pontificale in suffragio di Giovanni Paolo I ne rimarcava così il tratto inalienabile. E sempre in quella liturgia, ricordando i funerali di Luciani nella basilica vaticana il 4 ottobre 1978, affermava: “E’ stato sepolto il giorno di san Francesco d’Assisi, l’amabile santo al quale era così simile”. E come san Francesco nella Chiesa dei suoi tempi, che aveva bisogno di molta riforma, egli aveva imboccato il metodo giusto della riforma: “Amore appassionato a Cristo. Vivere come lui, di lui, applicando il Vangelo, aderire a lui come fosse presente, è stato il suo programma”.

Nella considerazione e nella decisione dei cardinali che lo avevano eletto quasi per acclamazione nel primo conclave dopo il Concilio Vaticano II prevalse il criterio ecclesiale di mettere al centro la più importante qualità di un vescovo: il suo essere pastore. E Luciani era un pastore esemplare. Un testimone del Vangelo. Era il pastore nutrito di umana e serena saggezza e di forti virtù evangeliche, che precede e vive nel gregge con l’esempio, senza alcuna separazione tra la vita personale e la vita pastorale, tra la vita spirituale e l’esercizio di governo, nell’assoluta coincidenza tra quanto insegnava e quanto viveva.

Esperto di umanità e delle ferite del mondo, delle esigenze dell’immensa moltitudine dei derelitti che vivono fuori dall’opulenza, un sacerdote di vasta e profonda sapienza che sapeva coniugare in felice e geniale sintesi nova et vetera. In una vita quotidiana spesa costantemente nel servizio pastorale, fedele alla dottrina di san Francesco di Sales, santo che gli fu caro fin dall’adolescenza, quando lesse la Filotea. Introduction à la vie devote e il Traicté de l’amour de Dieu, aveva vissuto esercitando con semplicità anche le virtù in modo eccezionale. Tutta la storia di Albino Luciani è quella di un pastore vicino alla gente, centrato sull’essenziale della fede e con una straordinaria sensibilità sociale.

In calce, nella sua agenda personale del pontificato, citando il santo vescovo del IV Avito di Vienne siglava così l’essere ministri nella Chiesa: «Servi, non padroni della Verità». Egli aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio, della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; una Chiesa che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire che le conviene, che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio e che divenne decisiva e feconda nell’iter pastorale di Luciani.

In quel primo Conclave del 1978 era stato eletto così un apostolo del Concilio, che aveva fatto del Concilio il suo noviziato episcopale, di cui spiegò con cristallina lucidità gli insegnamenti e ne tradusse rettamente in pratica, con coraggio perseverante, le direttive. Anzi, le incarnava. In primis nella povertà, che per Luciani costituiva la fibra del suo essere sacerdote e nell’essere propter homines, e nella feriale, evangelica carità, egli ha così concorso a rafforzare il disegno di una Chiesa conciliare. Tuttavia, non è la povertà del populismo, non la vicenda romantica e paternalistica del modesto prete di montagna, ma quella storica ed esistenziale che si assimila anche con l’educazione e che per Luciani, sacerdote di solida formazione teologica, affondava le radici nel mai dimenticato fondamento di una Chiesa antichissima, senza trionfi mondani, vicina agli insegnamenti dei Padri, sul modello di Cristo e della predilezione per i poveri, e senza la quale poco si capirebbe dello spirito di governo di Giovanni Paolo I.

E Giovanni Paolo I ha indubbiamente aperto un modo nuovo di rapportarsi alla contemporaneità. Ha schiuso una nuova stagione. La scelta teologica di quel sermo humilis canonizzato da Sant’Agostino ha spezzato il confine tra credenti e non credenti, tra dotti e persone semplici. Prossimità, umiltà, semplicità e insistenza sulla misericordia e sulla tenerezza di Dio, sono i tratti salienti di un magistero conciliare che quarant’anni fa suscitarono attrattiva nel popolo di Dio. E sono gli stessi tratti che lo rendono attuale oggi. Albino Luciani, prete, vescovo, patriarca e poi papa è stato e rimane un punto di riferimento nella storia della Chiesa universale, la cui importanza - come aveva fatto osservare san Giovanni Paolo II - è inversamente proporzionale alla durata del suo brevissimo pontificato.

Il suo passaggio è rimasto nel tempo come forte e indeclinabile testimonianza di ciò che è l’essenza, il fondamento autentico del vivere nella Chiesa e per la Chiesa. Il 9 novembre 2017 papa Francesco ha proclamato le virtù di Giovanni Paolo I. La causa di canonizzazione era stata aperta a Belluno, nella diocesi natale il 23 novembre 2003. Il 13 ottobre 2021, con la pubblicazione del decreto Super miro, è stato determinato da papa Francesco il riconoscimento della guarigione straordinaria di una bambina affetta da una grave encefalopatia. Ora si attende la beatificazione.

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