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Perseveranza nella fedeltà e salvezza - XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gesù invita tutti a non lasciarsi ingannare dai falsi profeti e a offrire la propria testimonianza

Perseveranza nella fedeltà e salvezza - XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La fine della storia certamente giungerà, ma non è possibile sapere quando, né quali saranno i segni che l’annunciano: in questo tempo della storia saranno sempre presenti anche difficoltà e conflitti di vario tipo, comprese le persecuzioni, ma la giustizia di Dio, alla fine, si affermerà.
Badate di non lasciarvi ingannare
Una scena che precede il brano odierno descrive Gesù di fronte al tesoro del tempio: mentre alcuni ricchi gettano le loro offerte, Egli nota una vedova bisognosa che, diversamente dagli altri, ha appena offerto “tutti i beni che aveva per vivere” (cf. Lc 21,1-4). Come per contrasto, l’evangelista introduce l’episodio di questa domenica (Lc 21,5-19), osservando che la gente era invece impressionata dalle “belle pietre” e dai “doni votivi” che rendevano il tempio ricco e grandioso. L’affermazione di Gesù riguardo alla caducità di quella costruzione provoca nei presenti due domande: quando avverrà questo fatto e quali saranno i segni che lo annunceranno, in modo che ci si possa preparare?
Prima di tutto, Gesù invita tutti a non lasciarsi ingannare: molti pretenderanno di conoscere i tempi della fine, o di essere il Messia, così come non mancheranno guerre e rivoluzioni: ma nessuno di questi segni indica che la fine è imminente; piuttosto, sono tutte realtà che saranno presenti nella storia, senza un legame immediato con i tempi della fine. In secondo luogo, vengono annunciati segni straordinari nel cielo, insieme a conflitti sulla terra; ma neppure questi sono da considerarsi significativi. Infine, e su questo punto si concentra l’attenzione, i discepoli sperimenteranno persecuzioni e verranno sottoposti a processo davanti a “re e governatori”: queste cose stavano già accadendo ai primi cristiani e certamente l’evangelista Luca le aveva già constatate, quanto meno nell’esperienza di san Paolo, da lui raccontata negli Atti degli Apostoli. Anche in questo caso, però, non c’è da temere: anzi, non sarà nemmeno necessario preparare la propria difesa, perché Gesù stesso darà “parola e sapienza” tali da lasciare i nemici senza parole.
Il Signore giudicherà il mondo con giustizia
Queste parole, mentre avvertono che l’ostilità potrà giungere anche dalle persone più vicine, da familiari, parenti e amici, vogliono rassicurare chi si trova provato da tali situazioni: la perseveranza nella fedeltà a Dio porterà alla salvezza della vita, nonostante tutto. Questa fiducia era già stata espressa nell’Antico Testamento: alla fine, il giusto giudizio di Dio avrà la meglio. La prima lettura e il salmo responsoriale lo ribadiscono ed esprimono l’attesa fervente di questo giudizio da parte di chi vive nella fedeltà a Dio. Il profeta Malachia (Ml 3,19-20a) annuncia che il giorno del Signore si presenterà come “un forno” nel quale chi commette ingiustizia sarà bruciato “come paglia”. Oggi, come allora, sembra che si proclamino “beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti” (Ml 3,15), mentre chi cerca il bene si trova molte volte a soccombere o ad essere sopraffatto. Ebbene, il profeta annuncia che tale situazione verrà definitivamente riportata al suo giusto ordine quando “di nuovo vedrete la differenza tra il giusto e il malvagio” (Ml 3,18). La medesima fiducia è espressa nel Salmo 97, dove si incoraggia un’accoglienza festosa per l’arrivo del Signore che viene a giudicare “il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine”: quel giudizio che spaventa chi sa di essere nell’errore, è invece desiderato ardentemente da chi cerca con tutte le forze di vivere nella fedeltà a Lui.
Chi non vuole lavorare, neppure mangi
L’ultimo passo della Seconda Lettera ai Tessalonicesi proposto dalla liturgia, a conclusione dell’Anno Liturgico (2Ts 3,7-12), mette in evidenza come un’errata comprensione del senso della venuta definitiva del Signore (parusia) possa avere delle conseguenze molto concrete sullo stile di vita del credente. In quei primi anni l’illusione che il Regno di Dio si fosse già pienamente realizzato e che il “giorno del Signore” fosse ormai giunto, aveva spinto qualcuno verso una vita disordinata e priva di impegno. Contro tale tentazione di “fuggire” dalla storia san Paolo porta un argomento che ritiene incontrovertibile: con la sua stessa vita egli è stato di esempio, soprattutto quando, pur avendo il diritto di essere mantenuto dalle comunità che stava evangelizzando, egli ha rinunciato a quel che gli spettava, preferendo lavorare “duramente notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno” (2Ts 3,8b).

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