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Preti col profumo delle pecore

Don Enrico, don Emanuele e don Denis saranno ordinati sacerdoti sabato 20 maggio, pastori per questa chiesa in cambiamento, nella quale talvolta prevale la preoccupazione, per la riduzione del numero dei preti, dei praticanti, per la riorganizzazione che coinvolge le parrocchie... Con i nuovi sacerdoti, il presbiterio e questa Chiesa hanno da impegnarsi a trovare l’essenziale del loro ministero di prete, a cercare e scegliere le famose priorità. Lo dobbiamo a loro e ai credenti di questa Chiesa.

Preti col profumo delle pecore

Il presente di tante parrocchie è ormai il passato di molte altre. La riduzione di numero del clero porta con sé il dover condividere lo stesso parroco tra due o tre o anche quattro parrocchie. Il nuovo che si sta via via presentando è connotato da un preoccupato senso del futuro, dovuto anche alla riduzione numerica dei “praticanti” rispetto al passato. In questo contesto è lasciato a se stesso il germoglio della gioia di vivere il Vangelo nel momento presente. La nostra Chiesa rischia una malinconia capace di avvelenare e di rendere sempre più consistente l’analizzarsi in modo negativo. Quanta insistenza sui cambiamenti in atto, sulla svolta epocale che stiamo vivendo, proclamando che è difficile oggi essere credenti, fino al punto di mettere in crisi anche l’efficacia del Vangelo, l’opera dello Spirito, la verità di chi si fida di Dio e si apre a Lui con generosità.
Detto questo, non si sa bene quale Chiesa ci sarà tra qualche decennio. Stiamo andando verso una Chiesa di minoranza, verso l’immagine del “resto di Israele” dei profeti dell’Antico Testamento? Eppure, ci sono giovani che seguono il Signore. Eppure, molti “non praticanti” si considerano cristiani e chiedono di partecipare in qualche modo alla vita della comunità cristiana. Eppure, papa Francesco ha usato l’immagine dell’ospedale da campo per illustrare uno dei modi che ha la Chiesa di rapportarsi al mondo. Da questo e da altro deduciamo che essere meno della totalità, come eravamo abituati, non significa che dobbiamo essere insignificanti o estinguerci.
In ascolto della gente
In questi quattro anni da rettore, molte volte sono stato impegnato la domenica a celebrare l’Eucaristia in tante parrocchie della Diocesi in sostituzione del parroco. Oltre alla bella accoglienza verso la realtà del Seminario, durante il caffè gentilmente offerto presso il bar dell’oratorio che di solito segue la santa messa, i parrocchiani mi parlano di come vedono la Chiesa e la loro parrocchia. Solitamente manifestano stima e comprensione per il servizio del parroco impegnato sul fronte di più parrocchie. Tuttavia, essi esprimono una non velata nostalgia del passato, per quando avevano una maggiore relazione personale con l’unico pastore della loro comunità. Si potrebbe ridurre tutto ciò a nostalgia verso una Chiesa ormai passata, non più disponibile nel tempo futuro. La tentazione è quella di dire e dirsi che il passato non torna. Amen.
Tuttavia, credo che la gente esprima, magari in termini semplici, un desiderio che non ha solo i tratti della nostalgia e che dovremmo considerare nel nostro strutturarci come Chiesa. Il desiderio di relazione con il sacerdote che fa da riferimento alla propria comunità cristiana, trova la forma nel buon Pastore che è Gesù e che Egli ha voluto consegnarci nel vangelo di Giovanni (10, 1-18), ascoltato nella scorsa IV domenica di Pasqua.
Per il buon Pastore
Il Pastore dell’evangelista Giovanni costruisce una relazione personale con ogni pecora del gregge, al punto che Egli ne conosce il nome e loro riconoscono la sua voce. Il Pastore si fa anche carico della comunità nel suo insieme. Egli si sobbarca la difesa del gregge, perché vi sono quelli che hanno cattive intenzioni. Egli chiama per nome ogni pecora, non per trattenerla ma per spingerla fuori dal recinto. Infine, si mette davanti ad esse per portarle nel mondo, perché i pascoli sono fuori dal recinto, perché quello che serve alla vita di un gregge sono i pascoli e l’acqua; chi sta rinchiuso vive di stenti. Alla gente manca l’essere riconosciuta per nome e l’essere condotta nel mondo. Non è facoltativo avere questo rapporto con il Pastore, e il sacerdote svolgeva questo servizio per il Signore. Così come non è facoltativo avere il Pastore davanti a te quando attraversi le valli oscure della vita in cerca di pascoli e di acqua. Il rischio che corriamo è di diventare sempre più funzionari, nonostante le collaborazioni. Questo significa che la presidenza di una comunità (perché di questo si tratta: presiedere nell’amore) è minacciata dalle collaborazioni?
Presiedere al modo di Gesù
La risposta non è né “sì”, né “no”. Dipenderà dallo spazio che si vorrà dare alla presidenza togliendolo ad altre incombenze. Sono le famose priorità, sempre declinate al plurale quando ne parliamo, mentre nel concreto si danno sempre al singolare (un amico parroco diceva che uno solo arriva primo, gli altri sono secondi o terzi…).
Don Enrico, don Emanuele e don Denis saranno ordinati tra qualche giorno per la Chiesa di Treviso, pastori per questa Chiesa in cambiamento. Molti tireranno loro la giacca per chiedergli di fare tante cose. Come tutti coloro che li hanno preceduti, impareranno a gestire tempo e risorse facendo del loro meglio. Con loro, il presbiterio e questa Chiesa hanno da impegnarsi a trovare l’essenziale del loro ministero di prete, a cercare e scegliere le famose priorità. Lo dobbiamo a questi futuri preti novelli e ai credenti di questa Chiesa.
don Pierluigi Guidolin, rettore del Seminario vescovile

Nella foto i tre diaconi che saranno ordinati sacerdoti sabato 20 maggio in Cattedrale, insieme al Rettore del Seminario

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