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Quel dono che trasforma la vita - Solennità di Pentecoste

Il dono dello Spirito Santo scaturisce dalla Pasqua, ma l’invito a “riceverlo” sottolinea che occorre scegliere liberamente di accoglierlo e custodirlo: solo in questo modo se ne potranno riconoscere i frutti

Quel dono che trasforma la vita - Solennità di Pentecoste

Lo Spirito Santo, dono del Risorto, porta con sé la pace, il coraggio dell’annuncio e il perdono dei peccati: nella Pentecoste si manifesta la forza trasformante di questo dono che ciascun credente può sperimentare nella comunione di un unico “corpo”.
    
Ricevete lo Spirito Santo
Nella lettura di Atti proposta come prima lettura (At 2,1-11), si narra l’evento della Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua: Giovanni, invece, preferisce “fondare teologicamente” questo dono (Gv 20,19-23). Descrivendo la morte di Gesù in croce, aveva già sottolineato come “chinato il capo, consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). Nel brano odierno, apparendo ai discepoli la sera di Pasqua, Gesù conferma tale dono, invitando ad accoglierlo: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Il dono scaturisce dalla Pasqua, ma l’invito a “riceverlo” sottolinea che occorre scegliere liberamente di accoglierlo e custodirlo: solo in questo modo se ne potranno riconoscere i frutti. Il primo frutto, secondo il racconto giovanneo, confermato anche dai testi paolini (cf. Gal 5,22: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace…”), è la pace. Per due volte Gesù ripete “Pace a voi”: si tratta di un vero e proprio dono, per cui si può ritenere che la presenza della pace significa che si sta lasciando agire lo Spirito; se invece permangono conflitti, vuol dire che vi si sta opponendo resistenza. Seconda conseguenza dell’accoglienza dello Spirito è, infatti, la capacità di perdonare: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). Non si tratta qui solo della responsabilità specifica di “rimettere” i peccati nel sacramente della Riconciliazione, ma anche della quotidiana pratica del “perdono reciproco”: destinatari dell’invito, infatti, non sono gli “apostoli”, ma tutti i “discepoli” che erano radunati insieme (cf. Gv 20,19).

Saranno perdonati, o non saranno perdonati?
Ma la seconda parte della frase di Gesù rimane enigmatica: “a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,23). Se applicata agli apostoli e ai loro successori, la cosa si spiega facilmente: senza l’assoluzione, non vi è la certezza del perdono; ma se è vero che l’invito a “perdonare” riguarda tutti, cosa significa che, se un cristiano qualsiasi non “perdona i peccati”, questi “non saranno perdonati”? Il perdono di Dio può forse essere limitato dalla nostra fatica a perdonare? Verrebbe da rispondere: impossibile! Dio è più grande della nostra piccolezza, che ci impedisce di essere misericordiosi con i fratelli. Però quella frase rimane come una provocazione rivolta a ciascuno di noi: è possibile che quel perdono che Dio ha già scelto di offrire come dono gratuito e immeritato, possa non giungere “a destinazione”, se non è “mediato” dalla nostra umanità! In altre parole: potremmo anche dire: “Dio perdona”; ma se non siamo capaci di perdono reciproco, quella nostra affermazione rimane poco credibile e perciò quel “dono” potrebbe non essere accolto proprio a causa della nostra cattiva testimonianza. Gesù lo aveva detto nella preghiera rivolta al Padre, durante l’ultima cena: la condizione perché il “mondo creda” è che “tutti siano una sola cosa, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

Diversi carismi, un solo Spirito
Non a caso, una delle preoccupazioni principali di san Paolo, era quella della comunione fraterna, messa in crisi da divisioni e fazioni che si stavano creando nelle prime comunità: “Vi esorto […] perché non ci siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire” (1Cor 1,10). Alla luce di tale obiettivo, si capisce meglio l’immagine di un “unico corpo con molte membra” presentato nella seconda lettura (1Cor 12,3b-7.12-13). La premessa: “Nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito”, dichiara l’impossibilità di una “professione di fede”, senza il dono dello Spirito Santo; ma le affermazioni che seguono evidenziano il fatto che la professione di fede è legata alla “vita” di quell’unico corpo, composto da molte membra, che è la comunità cristiana. “Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo” (1Cor 12,12). Dichiarare che “Gesù è Signore” senza riconoscerlo vivo e operante nella ricchezza multiforme delle membra che compongono il suo “corpo”, rischia di essere un’affermazione “vuota” che perde la sua forza di trasformazione del mondo.

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