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Quell’amore senza misura del Padre - XXIV domenica del Tempo ordinario

La festa per la nostra conversione e la gioia per il ritorno dei fratelli

Quell’amore senza misura del Padre - XXIV domenica del Tempo ordinario

Gesù è venuto nel mondo per offrire la salvezza a tutti: ma solo coloro che accolgono questo dono totalmente gratuito possono partecipare alla sua gioia.
Si avvicinavano a Gesù per ascoltarlo
Le tre celebri parabole della misericordia (Lc 15,1-32) sono introdotte dalla scena di un momento conviviale che vede di fronte a Gesù due schieramenti contrapposti: da una parte, i pubblicani e i peccatori che si avvicinavano per ascoltarlo; dall’altra, i farisei e gli scribi che lo criticano proprio per questo motivo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). L’evangelista commenta che, vedendo questo, “egli disse loro questa parabola”: quel “loro” si riferisce agli uni e agli altri: un messaggio di incoraggiamento per chi si riconosce peccatore e non degno dell’accoglienza da parte di Dio, ma anche un ammonimento per chi, sentendosi “a posto”, si permette di giudicare gli altri.
Le due parabole della pecora smarrita e della dramma perduta si concludono con una “morale” esplicita: “Vi sarà più gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7); “Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,10). Parole consolanti per i peccatori, ma non certo per chi si sta dando da fare per presentarsi come “giusto” davanti a Dio.
Un uomo aveva due figli
Scribi e farisei devono aver sentito queste parole come provocatorie e destabilizzanti. Certamente conoscevano molto bene l’episodio del vitello d’oro riportato nel libro dell’Esodo (Es 32,7-11.13-14) nel quale Dio si accende d’ira contro il peccato del suo popolo, fino al punto da volerlo “divorare”: altro che “gioire”! Solo grazie all’intercessione di Mosè sembra “pentirsi” del suo proposito. Come a dire che, se Dio agisse contro i peccatori secondo un criterio di semplice “giustizia retributiva”, avrebbe tutto il diritto di punire il peccatore; solo che di fronte alla supplica e all’intercessione, si lascia “impietosire”. Lo aveva capito anche il re Davide, dopo il suo peccato: a lui è attribuito il salmo 50 che la liturgia propone come responsorio alla prima lettura: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; […] un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi” (Sal 50,3.19). Scribi e farisei, invece, forse non avevano ancora fatto l’esperienza di un Dio che non ripaga la colpa con un castigo proporzionato.
La terza parabola del Vangelo, infatti, presenta Dio con il volto di un padre che accoglie il figlio prodigo ancora prima che questi provi un vero pentimento; ma esce anche incontro al figlio maggiore, il quale è sempre vissuto da servo e non riesce a partecipare della gioia del padre che ha riavuto suo figlio. In questo caso, Gesù non trae una “morale”: non si sa come reagisca il figlio minore di fronte alla grande festa organizzata per lui dal padre; così come non si sa cosa farà il figlio maggiore che la narrazione lascia ancora fuori casa mentre ascolta le parole del padre: “Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32).
Le prime due parabole, dunque, annunciano in maniera chiara che Dio gioisce quando anche uno solo dei suoi figli ritorna a lui. La parabola del padre e dei due figli, invece, interpella gli uni e gli altri: i peccatori che stavano ascoltando Gesù e condividendo con lui la mensa, affinché con coraggio accolgano la salvezza che viene loro offerta; quelli che si ritengono giusti, ma senza avere scoperto il volto di un Dio che è “Padre”, perché passino dall’essere dei “servi” che osservano dei comandamenti contro voglia, ad essere “figli” che gioiscono di fronte al cammino di salvezza dei propri fratelli.
E’ venuto nel mondo per salvare i peccatori
Anche san Paolo era tra coloro che si ritenevano “giusti”, poiché riteneva di superare “nel giudaismo la maggior parte dei coetanei e connazionali” (Gal 1,14). Ma si è scoperto “bestemmiatore, persecutore e violento” (1Tm 1,13) quando ha sperimentato la misericordia di Dio, che lo ha scelto, non perché fosse più giusto degli altri, ma per il motivo contrario: perché “ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna” (1Tm 1.16). Questa la sintesi dell’esperienza personale e missionaria di Paolo descritta nella Prima Lettera a Timoteo che per tre domeniche sarà proposta come seconda lettura.

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