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Riconoscere segni di risurrezione - II DOMENICA DI QUARESIMA

I discepoli e la Trasfigurazione di Gesù sul Tabor

Riconoscere segni di risurrezione - II DOMENICA DI QUARESIMA

La seconda domenica di Quaresima, detta “della Trasfigurazione”, è anche caratterizzata dalla figura di Abramo, padre nella fede di tutti i credenti, che viene presentato ogni anno in diversi momenti cruciali della sua straordinaria esperienza.
Ascoltatelo!
L’invito della voce proveniente dalla nube luminosa che copre Pietro, Giacomo e Giovanni (Mt 17,1-9) appare oggi più che mai forte e incoraggiante, in un tempo nel quale molti “eventi” imprevisti sembrano mettere in crisi ogni nostra sicurezza: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Sempre e solo l’ascolto di Lui, della sua Parola, rimane la strada per riconoscere le soluzioni che si prospettano, secondo il sapiente disegno di Dio. Su un monte, il cui nome rimane misterioso per tutti gli evangelisti (anche se la tradizione lo ha identificato con il Monte Tabor), Gesù porta con sé tre dei suoi discepoli e offre loro l’esperienza di una nube che, allo stesso tempo, fa ombra ed è luminosa. È forse un modo poetico per dire qualche cosa di indicibile – qual è la presenza di Dio sulla terra – ma descrive molto bene i momenti nei quali ogni credente vive l’esperienza dell’incontro con Dio, percependola come affascinante e attraente (è bello per noi essere qui…), ma nello stesso tempo come qualcosa che non si riesce a dire e a comprendere pienamente: forse proprio per questo Gesù, scendendo dal monte, raccomanda loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (Mt 17,9). Lungo il cammino alla sequela del Maestro, che in qualche momento può presentarsi impegnativa e faticosa, con momenti nei quali non si vede chiaramente il punto di arrivo, al discepolo fedele vengono offerti sprazzi di luce, sufficienti per incoraggiare e sostenere nel proseguimento del viaggio, ma non ancora capaci di offrire la luce piena che si gusterà al raggiungimento della meta.
Vattene!
Il comando del Signore, molto duro – quasi un ordine di tipo militare, al quale Abramo obbedisce prontamente – (Gen 15,1-4a) risuona in maniera potente e dolorosa in questi giorni. Da una parte, il riemergere della drammatica condizione dei profughi di cui ci eravamo dimenticati, prima che i nostri “quasi” vicini di casa decidessero di aprire le frontiere, mettendoci davanti agli occhi la situazione nella quale – comunque – già si trovavano, a nostra insaputa; dall’altra, la terribile esperienza di sentirci noi stessi, dopo tempi nei quali ci siamo pensati al sicuro e con un senso di superiorità su altri, tra coloro che vengono “allontanati”, o rifiutati, perché “portatori” di un “male” contagioso che spaventa tutti. Anche Abramo è invitato a lasciare Carran (nella moderna Turchia, ai confini con la Siria!) dove si era fermato durante il suo viaggio verso la terra di Canaan (che sarà poi chiamata “Terra Santa”), probabilmente per l’età avanzata di suo padre Terach, che morirà proprio in quel paese straniero (Gen 11,31-32). Il nostro padre nella fede si trovava in una situazione difficile, con la prospettiva di una strada da percorrere, ma senza il coraggio di riprendere il cammino. E il Signore gli dice: “Vattene verso la terra che io ti indicherò”: lontano dalla sua terra di origine, privato della vicinanza del padre, con a carico il nipote Lot (orfano di suo fratello), gli viene chiesto di proseguire quella strada che aveva intrapreso. Proprio in questa situazione complessa, non priva di sofferenza e di insicurezze, si fa sentire la chiamata del Signore.
Soffri con me
Anche nella seconda lettura (2Tm 1,8b-10), tratta da uno dei testi paolini più belli, considerato come il “testamento spirituale” di Paolo, sentiamo un invito che lascia un po’ sgomenti: “Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Paolo incoraggia il giovane Timoteo a non spaventarsi delle sofferenze che possono essere – e spesso sono – conseguenza della fedeltà al Vangelo. Anzi, sembra affermare che proprio queste sono segno di una salvezza e di una chiamata donate “non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia” (2Tm 1,9). La grazia del Signore agisce fin dall’inizio della storia, ma mediante la morte e risurrezione di Gesù si è manifestata pienamente per noi: la capacità di riconoscere nella propria vita la stessa dinamica del mistero pasquale di Cristo, rende i suoi discepoli capaci di discernere segni di risurrezione anche nelle situazioni di “morte” e apparente fallimento che possono sperimentare.

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