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Riconosciamo la sua voce - IV domenica di Pasqua

In primo piano il rapporto d’amore e di conoscenza tra il pastore e le sue pecore

Riconosciamo la sua voce - IV domenica di Pasqua

Nella Quarta Domenica di Pasqua, detta anche “del Buon Pastore”, si celebra la 58° Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni, nella speranza che “i giovani scoprano la vita come vocazione all’amore e abbiano il coraggio di scegliere ciò che intuiscono come promettente e carico di senso per la propria esistenza”. Il Vangelo è in sintonia con tale intenzione, essendo collocato a conclusione degli episodi avvenuti a Gerusalemme durante la Festa delle Capanne (cf. Gv 7,2) e subito dopo il racconto della guarigione del cieco nato (Gv 9,1-39): Gesù si rivolge al cieco stesso, che ha appena fatto la sua bella professione di fede (Gv 9,38), ai farisei che si domandavano “forse siamo ciechi anche noi?” (Gv 9,40) e, con molta probabilità, ai discepoli, anche se non vengono nominati esplicitamente.

Io sono il buon pastore

A tutti costoro, nonché ai lettori di ogni tempo, Gesù si rivolge all’inizio del capitolo X con la solenne formula “in verità, in verità vi dico”, introducendo alcune immagini legate alla realtà dell’ovile. I vv. 1-6 distinguono le figure del ladro, che costituisce la minaccia, del pastore, a cui appartiene il gregge, e del guardiano, che si occupa delle pecore ed è da loro conosciuto. Nei vv. 7-10 Gesù si presenta come la porta, attraverso la quale si entra e si esce: costituisce un baluardo di difesa, ma rende anche possibile l’uscita verso i pascoli.

Nel brano proposto per questa domenica Gesù si identifica con “il pastore buono/bello” (Gv 10,11-18). Innanzitutto (vv. 11-13), si mette a confronto con il “mercenario”. Il termine greco misthōtòs forse si potrebbe rendere meglio con “stipendiato”, o “dipendente”, in quanto il contesto non è di tipo militare, come potrebbe invece far pensare l’espressione “mercenario”. Un “dipendente”, al quale il gregge non appartiene, non è disposto a mettere a rischio la propria vita per difenderlo: Gesù, invece, sì. I vv. 14-16 descrivono il rapporto di conoscenza reciproca che c’è tra buon pastore e pecore, nonché tra Gesù e il Padre: tale conoscenza, nel linguaggio biblico, implica un rapporto di amore. Inoltre, Gesù parla di “altre pecore”, non presenti attualmente nell’ovile, ma sempre di “sua proprietà”, che saranno ricondotte all’ovile, in quanto riconosceranno la voce del pastore: la fiducia di Gesù, in questo senso, è totale. L’evangelista, mentre scrive, negli anni 90 del I secolo d.C., ha potuto constatare che le parole di Gesù si sono avverate, poiché i pagani hanno accolto il Vangelo, riconoscendo la voce di quel “buon pastore”.

 

Siamo realmente figli di Dio

Gli ultimi versetti del brano evangelico (17-18) collegano l’offerta della propria vita, che Gesù sta realizzando volontariamente, con l’amore del Padre nei suoi confronti: non perché tale amore sia “condizionato” all’accoglienza del “comando” del Padre, quanto, piuttosto, perché quel “dono” esprime l’amore del Padre nei confronti dei suoi “figli”. La seconda lettura propone un passo della prima lettera di Giovanni nel quale l’amore del Padre verso i credenti si manifesta proprio nella possibilità di essere “chiamati figli di Dio”: anzi, nell’esserlo veramente (1Gv 3,1-2). Chi non conosce il Padre non è in grado di riconoscere i figli di lui: come avviene quando una persona adulta non riconosce le sembianze di un bambino, se non ne conosce i genitori. L’ultima espressione, “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”, si potrebbe spiegare proprio con un’immagine familiare. Un figlio che, per qualsiasi motivo, non abbia conosciuto il proprio padre può rimanere stupito se, per esempio, uno zio che non lo vede da tanto tempo gli dice, guardandolo: “mi sembra di vedere tuo padre”. Solo se potrà vederlo anche lui, riconoscerà nei suoi tratti di figlio quelli del padre. Così accade a chi si è lasciato trasformare in Figlio di Dio: solo nell’incontro finale con il Padre potrà constatare quanto gli è diventato “simile”.

In nessun altro c’è salvezza

La prima lettura ci presenta ancora Pietro, ormai trasformato dal dono dello Spirito che ha pienamente accolto in sé, mentre agisce “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno” (At 4,8-12). Anche lui, forse senza rendersene pienamente conto, è diventato in tutto simile al “Figlio”: guarisce, parla con franchezza, interpreta i Salmi aiutando chi lo ascolta ad aprire la propria mente all’intelligenza delle Scritture (cf. Lc 24,45). Fonda ormai la sua vita sulla “pietra angolare” che è Gesù, perché sa per esperienza personale che solo in lui si trova la salvezza.

 

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