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Rimanere in Gesù, la vera vite - V domenica di Pasqua

La condizione fondamentale per la vita del singolo credente e della comunità è “rimanere in Gesù”: proprio come il tralcio, che non può portare frutto se non rimane unito alla vite

Rimanere in Gesù, la vera vite - V domenica di Pasqua

Un’immagine ripresa dalla tradizione biblica del popolo di Israele caratterizza la quinta domenica di Pasqua, nella quale Gesù si presenta come la vite vera di cui il Padre si prende cura e alla quale i discepoli sono chiamati a rimanere profondamente uniti.

      

Io sono la vera vite

La parabola della vita e dei tralci (Gv 15,1-8) costituisce l’inizio della prima di tre sezioni che compongono la seconda parte del lungo discorso di addio che Gesù pronuncia durante l’ultima cena (Gv 15,1–16,33): sono le ultime consegne fatte ai suoi discepoli prima della passione. Mediante l’immagine della vite, in vari modi, sottolinea che la condizione fondamentale per la vita del singolo credente e della comunità è “rimanere in Gesù”: proprio come il tralcio, che non può portare frutto se non rimane unito alla vite. Sono numerosi i testi biblici nei quali Dio viene presentato come colui che si prende cura della sua amata “vigna”, ossia del popolo di Israele; ora, invece, all’interno di questa stessa vigna, Gesù è presentato come la “vite” scelta dalla quale il Padre, quale vignaiolo amorevole, durante l’inverno taglia i tralci secchi, poiché non possono più portare frutto e rischiano di impedire ad altri di germogliare. In primavera, invece, si sfoltiscono quei tralci che hanno più potenzialità di fruttificare: due operazioni dolorose, ma necessarie. Il Padre non vuole che alcun tralcio vada perduto, ma alla fine dovrà necessariamente liberare la vite dai tralci secchi; allo stesso modo, a volte deve realizzare potature dolorose, ma sempre con l’obiettivo di far sì che ogni tralcio porti frutti abbondanti: in questo egli è glorificato.

 

La Chiesa era dunque in pace

Forte di questi insegnamenti, la chiesa delle origini, pur segnata da tensioni e conflitti, li affronta e li supera, ponendo le premesse per una pace fruttuosa (At 9,26-31). San Paolo – che qui è ancora chiamato Saulo – in seguito all’esperienza vissuta sulla via di Damasco diventa, suo malgrado, causa di conflittualità: in un primo momento, perché non si fidano di lui, in quanto era stato un loro accanito persecutore; in seguito, al contrario, le tensioni sembrano nascere dalla sua intransigenza: quella che da Fariseo aveva contro i primi cristiani, ora probabilmente la viveva nei confronti di chi non accoglieva il Vangelo. Barnaba, in entrambi i casi, mette in luce le sue doti di mediazione, ma si dimostra anche guidato dallo Spirito Santo, come sarà evidente in seguito (At 11,19-26). Nei due frangenti raccontati nella prima lettura, prima si fa garante per Paolo di fronte ai discepoli, portandoli a riconoscere lo straordinario cambiamento avvenuto in lui; poi, intuendo che il contrasto creatosi con quelli di lingua greca non era più gestibile, consiglia a Saulo di tornare a Tarso, sua città di origine, finché non si fossero calmate le acque; nel frattempo, la radicalità di Saulo – tipica del convertito – avrebbe avuto modo di maturare in una maggiore capacità di accoglienza, pur senza scendere a compromessi.

La mediazione umana di Barnaba, oltre che la concreta disponibilità di Saulo ad allontanarsi temporaneamente, hanno permesso alla chiesa di ritrovare la pace e di consolidarsi sempre più, crescendo di numero e camminando sotto la guida dello Spirito Santo.

 

Dio è più grande del nostro cuore

La fede cristiana è sempre molto concreta e vitalizzata dalle scelte coerenti dei credenti, come ribadisce anche la seconda lettura (1Gv 3,18-24): “non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”. L’amore “con i fatti” è essere sempre accompagnato anche dalla “verità”, cioè dall’autentica fede “nel nome del Figlio suo Gesù Cristo”, perché questo è il comandamento dato da Dio. Un’autentica fede in Gesù, Figlio di Dio e vero uomo, non può che portare ad un amore concreto nei confronti di ogni uomo. Tale “fede amante” permette di vivere una pace profonda anche di fronte ai rimproveri del proprio cuore: Dio è più “grande” della nostra coscienza, per cui non solo è capace di perdonare il peccato, ma lo aiuta anche a riconciliarsi con quel passato che la coscienza tende a riportare continuamente a galla. Chi, dunque, riesce a non restare bloccato dai giusti rimproveri del proprio cuore, matura una fiducia nel Padre che permette, finalmente, di sperimentarne la forza: “qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui” (v. 22). Spesso, infatti, il timore di non risultare degni di essere ascoltati ci impedisce di chiedere a Dio ciò che egli può realizzare pienamente nella nostra vita.

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