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Rinnovarci senza paura

Il nuovo anno pastorale si apre, mentre la nostra diocesi sta vivendo il Cammino sinodale. Siamo invitati a scoprire un nuovo stile di Chiesa, basato su essenzialità, rinnovamento e partecipazione. In 1.500 venerdì scorso alla celebrazione d'apertura.

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Rinnovarci senza paura

“Noi siamo qui per affidare al Signore il nuovo anno pastorale, chiedendoGli di renderlo tempo di grazia, in cui sappiamo riconoscere e accogliere i suoi doni, confessare e testimoniare Lui, il Crocifisso Risorto, in una vita coerente all’evangelo, aiutarci a praticare una fede che si esprima soprattutto nell’amore reciproco e nell’attenzione particolare verso i più sofferenti e i più poveri”. Questa la sottolineatura del vescovo Gianfranco Agostino all’inizio del suo intervento, venerdì 22 settembre, durante la celebrazione di avvio del nuovo anno pastorale diocesano. Nel tempio di San Nicolò quasi 1.500 persone, tra sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, persone consacrate e laici operatori pastorali si sono radunate intorno al Vescovo per un momento di preghiera, prima di dare inizio, nelle nostre comunità, alle diverse e numerose iniziative, “una ricchezza di celebrazioni e di incontri di preghiera, di attività pastorali, di proposte formative, di esperienze spirituali personali e comunitarie, di momenti aggregativi che costruiscono relazioni: una ricchezza che è certo impossibile censire e i cui frutti sono noti solo al Signore” ha sottolineato il Vescovo.
Un anno pastorale che per la nostra diocesi riveste un carattere particolare, perché continuerà a svolgersi e giungerà a conclusione il Cammino Sinodale. In verità non proprio una conclusione, ma “la prima tappa di un Cammino Sinodale che, fin dall’inizio, abbiamo ritenuto non debba esaurirsi nel percorso che stiamo compiendo dal febbraio di quest’anno fino al 15 dicembre prossimo, quando verranno presentate alla Diocesi le conclusioni del lavoro” ha precisato mons. Gardin.
La riflessione iniziale è stata affidata a mons. Ezio Falavegna, sacerdote di Verona, docente di teologia pastorale alla Facoltà Teologica del Triveneto, il quale ha fatto una disamina sul tempo di trasformazione forte, di grande conversione pastorale che stiamo vivendo, evidenziata anche dal brano del Vangelo scelto per la serata, quando Gesù invita i discepoli a “passare all’altra riva”. “E’ questo il momento delle più grandi sfide che ci vengono consegnate - ha ricordato - è il momento in cui ci è chiesto di mantenere, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, una «intimità itinerante», con la capacità di rimanere fedeli alla relazione con il Signore e nello stesso tempo di modulare questa relazione dentro il cambiamento in atto. Un cambiamento, nella vita sociale, ecclesiale e culturale, che oggi assume quasi i contorni dello «stordimento», della tempesta, appunto - ha sottolineato mons. Falavegna -, provoca ansie, domande, preoccupazioni pastorali, ma anche speranze se lo viviamo come responsabilità e come una sfida comune, che ci viene affidata in questo processo di crescita. Come abitare, allora, questo cambiamento, riconoscendo delle nuove possibilità? Occorre passare, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria. Per questo serve assumere la logica dell’esodo e del dono, del camminare sempre e del seminare sempre di nuovo, e oltre.
Tre gli elementi, secondo il relatore, tratti dalla Evangelii Gaudium, che possono aiutarci a rimettere in movimento la creatività che il cristianesimo ha saputo dimostrare molte volte nella propria storia: vivere il discepolato, riscoprendo e coltivando la coscienza della nostra vocazione e identità; sperimentare la propria appartenenza alla Chiesa, nello stile della sinodalità, che ci consente di fare esperienza di un modello di Chiesa, fedele al contesto attuale, alla storia e al vissuto dell’uomo, negli spazi ordinari del nostro essere comunità cristiana, facendo del discernimento la modalità del nostro operare. Se la nostra testimonianza, infatti, come ha ricordato il Vescovo nel suo intervento, “non accoglie le sfide dell’esistenza sperimentate dalle donne e dagli uomini del presente, rischia di essere parola che non parla, gesto che non si protende verso l’altro, luce che non illumina nessuno”.
“Noi, discepoli di questo tempo - ha sottolineato mons. Gardin -, possiamo avere la sensazione che sia venuta la sera, che sia giunto il crepuscolo e una certa oscurità avvolga le nostre Comunità cristiane; e ciò potrebbe indurci a sperimentare un senso incertezza o di fallimento. Forse anche la giornata che si chiudeva per Gesù e i discepoli, poteva suscitare la sensazione di un parziale fallimento. Ma il Signore rilancia. Con il linguaggio di papa Francesco, diremmo che provoca la comunità ad “uscire”. C’è sempre un’altra riva che chiede di evangelizzare. Ha scritto papa Francesco: «Il Vangelo (…) ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre» (EG 21)”.
“L’importante per noi è seguire Gesù, il quale ci guida e ci sostiene anche se, come nella traversata del lago, sembra dormire mentre si abbatte la tempesta. E noi vogliamo camminare come Chiesa, e come singoli, «tenendo lo sguardo fisso su Gesù»” ha ricordato mons. Gardin, richiamando il primo obiettivo del nostro Cammino Sinodale.
Riprendendo l’omelia della celebrazione a Medellin di papa Francesco, il Vescovo ha suggerito tre atteggiamenti dell’essere discepoli di Gesù: l’«andare all’essenziale», ritrovando il cuore dell’esperienza cristiana, il rinnovarsi cercando altri stili di Chiesa rispetto al passato; infine, il coinvolgersi, “esserci” nel cammino di questa Chiesa, senza guardare dalla finestra i risultati del lavoro di altri. Coinvolgersi nella Chiesa, ma anche coinvolgersi nel mondo: ascoltando il Vangelo e insieme l’uomo d’oggi.
“L’anno pastorale che inizia - l’augurio del Vescovo -, come pure il Cammino Sinodale in corso, ci aiutino a divenire sempre più «saldi e liberi in Cristo»”.

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