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Riveliamo la vita di Gesù in noi - Domenica di Pasqua

Come le donne e gli uomini del nostro tempo riconoscono il Risorto?

Riveliamo la vita di Gesù in noi - Domenica di Pasqua

In questa domenica di Pasqua sostiamo sul brano che viene proclamato nella messa vespertina: l’incontro di Gesù Risorto con i due discepoli di Emmaus.
È una delle pagine evangeliche più affascinanti che rivelano in Luca, come nell’altra grande pagina del “Padre misericordioso”, doti di “pittore”, ragion per cui vien ritenuto tale da un’antica tradizione.
Una strada che ben conosciamo
Chi di noi, ascoltando il racconto del cammino dei due discepoli, che delusi e sconsolati se ne ritornano a casa, non riconosce come suo quel tragitto che separa Gerusalemme da Emmaus? È una delle strade più “nostre” di tutto il Vangelo, la conosciamo palmo a palmo, pur senza essere mai andati pellegrini in Terra Santa. È la distanza frapposta fra tante speranze deluse e le attese che avevamo coltivato in cuore. Quante volte ci siamo trovati a dire, sospirando: “Noi speravamo, ma…”.
La segnaletica per Emmaus porta mille nomi di speranze lacerate: la morte di chi ci era caro, un fallimento affettivo, una malattia, una prova spirituale. È l’ora in cui tutto sembra “morto e sepolto”, e ci ritroviamo “con il volto triste” a discutere su quanto è accaduto. Quasi che a parlarne, il peso possa diventare più tollerabile.
Oggi, forse, più di ieri, questa è anche la strada percorsa da tanti cristiani e da tante comunità sempre più deluse. Come i due discepoli, continuiamo con le parole a ripetere il Vangelo di Gesù morto e risorto, ma senza crederci più di tanto. “E’ quello - commentava il cardinal Martini - che io chiamo il Kerigma (annuncio) a metà, è l’annuncio a parole, ma il cuore non c’è, anzi, c’è un cuore di tristezza, di rassegnazione, di delusione che amareggia quelli che lo dicono e non convince quelli che lo ascoltano”. Osservando certe nostre assemblee eucaristiche o la preparazione ai sacramenti, verrebbe da chiederci se crediamo ancora a ciò che diciamo e celebriamo. Se lo chiede la gente in riferimento ai preti, se lo chiedono i preti incontrando la loro gente.
Un compagno discreto
Eppure, non c’è percorso umano che non venga raggiunto dal Signore. Nel momento stesso in cui i due discepoli lasciano la comunità di Gerusalemme e non hanno più fede in Gesù, Lui si accompagna a loro in quella via di allontanamento. La strada di Emmaus è un altro nome per indicare la “discesa di Gesù agli inferi”. E proprio dentro le nostre solitudini, là dove ogni parola di speranza sembra non poterci più raggiungere che lui viene. E viene discreto e umile, compagno che ascolta e pone domande e sa parlare alle profondità dell’anima. Viene attraverso uomini e donne che si fanno compagni di strada, anche loro capaci di ascolto e di far ardere in cuore parole vere e buone. Viene nei legami di amicizia, negli incontri insperati, in presenze che non vorremmo più lasciare: “Resta con noi, perché si fa sera!”.
Gesti che rivelano
E sarà attorno al tavolo di una vita conviviale, semplice e autentica, che i delusi e stanchi della vita ritroveranno vigore e gioia, grazie al gusto buono di quel pane e di quel vino, che rinfranca non solo il corpo, ma anche le profondità morte dell’anima, risvegliando in esse la vita.
Come far sì che gli uomini e le donne del nostro tempo riconoscano il Signore risorto e vivente? Attraverso il segno di gesti autenticamente umani che rivelano la vita di Gesù in noi. A quel misterioso viandante bastò prendere in mano il pane e spezzarlo, perché ai due discepoli si aprissero gli occhi e riconoscessero Gesù.
Talora è in un gesto, in una parola del vivere quotidiano che traspare la presenza di Gesù. Anche “in silenzio e solo con un sorriso” (David Maria Turoldo).

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