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SEMI DI SPERANZA: Comunità ed eucaristia

Questo “stop” inimmaginabile solo qualche mese fa, e molto costoso, spero possa essere l’occasione provvidenziale per ripensare il nostro mondo e per orientarlo verso una prospettiva decisamente più di “comunità”. “Siamo nella stessa barca”, ci siamo detti spesso in queste settimane; per questo il criterio che deve guidare le nostre scelte è il bene di tutti, il “bene comune”. Ma tutto deve partire da quel pane spezzato, tutto deve prenderne la forma, tutto deve trovarne il suo compimento, allora tutto troverà il suo posto e la sua giusta prospettiva: la Parola, la famiglia, il servizio, la pastorale, il lavoro, la comunità…

Parole chiave: eucaristia (14), comunità (52), coronavirus (788)
SEMI DI SPERANZA: Comunità ed eucaristia

Per me la Speranza in questo momento sta tutta in queste due parole: Comunità ed Eucarestia. La speranza è un desiderio fondato su una certezza in cui è pienamente coinvolta la nostra libertà. La situazione che attraversiamo è drammatica: o riusciamo a fare un salto di qualità oppure rischiamo di andare a sbattere contro il muro. Spesso nella privazione scopriamo la necessità di qualcosa, di qualcuno. Nella malattia ci rendiamo conto del valore/dono della salute, nella lontananza il bisogno di una persona. È nelle difficoltà che ci rendiamo conto di quali sono le cose di cui abbiamo effettivamente bisogno.

La pandemia da Covid-19 ci ha fatto sperimentare innanzitutto la fragilità della nostra vita e la debolezza del nostro sistema sanitario che è comunque reputato uno dei migliori al mondo. È ancora difficile capire le cause di questa malattia. Certo è che viviamo in un Mondo malato. Questo virus, tanto piccolo quanto micidiale, ha investito la parte economicamente e tecnologicamente più sviluppata del pianeta; quei Paesi in cui la corsa era più veloce e folle, si son dovuti all’improvviso fermare. La grande preoccupazione ora è per i Paesi in via di sviluppo: se il contagio si diffondesse in maniera importante, sarebbe un genocidio.

Questo “stop” inimmaginabile solo qualche mese fa, e molto costoso, spero possa essere l’occasione provvidenziale per ripensare il nostro mondo e per orientarlo verso una prospettiva decisamente più di “comunità”. “Siamo nella stessa barca”, ci siamo detti spesso in queste settimane; per questo il criterio che deve guidare le nostre scelte è il bene di tutti, il “bene comune”.

 

Ambiente e scelte economiche

La prima attenzione va posta all’ambiente. Il pericolo è venuto da un piccolissimo essere, un virus. È bastata la modificazione del Dna del virus dell’influenza per causare migliaia e migliaia di morti. Un mondo inquinato non può assolutamente essere una casa vivibile. La speranza è di orientarsi decisamente verso una “ecologia integrale” dove prendiamo coscienza di essere parte di un sistema che ha anche dei limiti che dobbiamo accettare e rispettare. Nella comunità ci sono tutti gli uomini e c’è tutto il creato! Il creato non è semplicemente la “casa” (peraltro unica) della comunità ma fa parte della comunità stessa.

Avere come obiettivo la comunità significa mettere al centro la persona. È questo un tempo di scelte economiche, sociali, politiche fondamentali. Chi e che cosa dobbiamo proteggere? Qual è il criterio che adottiamo per le nostre scelte? In ogni decisione per la ripartenza (fase 2, fase 3…) dovremmo chiederci semplicemente: “Che cosa fa bene alla persona e alla comunità?” Un benessere che non fa bene alla persona e alla comunità (la famiglia, i corpi sociali “intermedi” …) è un benessere vuoto, fasullo, che rischia di ritorcersi contro. Un’economia che sia rispettosa dei ritmi della persona e delle famiglie, un robusto welfare con un’attenzione più grande ai bambini e agli anziani e che tenga centrale l’impegno nel servizio pubblico della salute, una reale parità tra uomini e donne in tutti i campi, il sostegno alla cultura… tutto questo costruisce comunità, fa crescere il vero Pil di un Paese e assicura il benessere di ogni persona.

 

Il lavoro al centro, per la persona

Per mettere al centro la persona si deve mettere al centro il lavoro. Non può essere il profitto l’unico obiettivo dell’economia. La crisi finanziaria del 2008 mi sembra ce l’abbia dimostrato. La pandemia ha messo in rilievo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la fragilità del nostro sistema economico, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Molte persone con un lavoro “precario” si sono trovate fuori di ogni rete di protezione sociale. Negli ultimi anni si è eroso il capitale (e l’idea) del risparmio delle famiglie, per cui tanta gente si trova esposta di fronte a qualsiasi avvenimento imprevisto, come è stato il Covid-19. Anche il lavoro informale, sotterraneo, “nero” è andato in crisi… Certo sono importanti gli aiuti dello Stato e dell’Europa, ma solo con il lavoro si può uscire dalla crisi. Solo un lavoro dignitoso – non qualsiasi lavoro – dà identità alle persone. Questo principio sta alla base della nostra Comunità nazionale ed è sancito dal primo articolo della nostra Costituzione.

 

Partire da quel pane spezzato

Nelle nostre comunità cristiane in questi mesi siamo stati privati dell’Eucarestia, delle nostre assemblee domenicali; molti cristiani hanno vissuto questo con un profondo dolore. Molte esperienze pastorali sono proseguite con modalità nuove, ma ci è mancato il cuore del nostro essere Chiesa. La speranza è quella di ripartire proprio dalla Liturgia eucaristica domenicale, fonte e culmine della vita cristiana (Sacrosanctum Concilium 10), forma del nostro essere discepoli di Gesù.

“Senza il dominico non possiamo (essere)”, dichiaravano i martiri di Abitina (Tunisia) di fronte al loro giudice. Questo dominico era allo stesso tempo un luogo (domus ecclesiae), un tempo (il giorno del Signore) e soprattutto una celebrazione (l’Eucarestia).

A me la Parola non basta! Il “clic” che apre gli occhi ai discepoli di Emmaus è la frazione del pane: là riconoscono Gesù risorto nel viandante sconosciuto che si era fatto loro compagno di strada; è là che si rendono conto che le sue parole avevano riscaldato loro il cuore, ed è soprattutto là che decidono di ripartire alla volta di Gerusalemme, da dove se ne erano andati delusi e dove c’è la comunità che li accoglie. La carità che abita il mio cuore si stanca presto, non è inesauribile, spesso si mescola ad altri sentimenti non sempre trasparenti, non sempre buoni… Nella mia vita ho bisogno di “misurarmi” con quel pane spezzato e soprattutto ho bisogno di nutrirmi di lui, cioè sentirmi amato da lui, in quel suo modo libero, totale, gratuito.

Tutto deve partire da quel pane spezzato, tutto deve prenderne la forma, tutto deve trovarne il suo compimento, allora tutto troverà il suo posto e la sua giusta prospettiva: la Parola, la famiglia, il servizio, la pastorale, il lavoro, la comunità…

Andrà tutto bene? Certo, andrà tutto bene! Dipende da noi.

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