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Scegliere: la parte migliore per me

La vocazione è una chiamata che va scelta, cogliendo i segni che il Signore pone. Quali sono gli ostacoli che fanno fare fatica nella scelta? E quali le condizioni che la favoriscono?

Parole chiave: seminario (91), giornata seminario (5), vocazione (13), giovani (301)
Scegliere: la parte migliore per me

“Come ti è venuta la vocazione?”. Quando in passato ponevano a me, seminarista o giovane prete, questa domanda sorridevo, perché sembrava che la vocazione fosse paragonabile ad una malattia. La domanda metteva in luce, forse inconsapevolmente, soprattutto l’elemento sorprendente della vocazione, diciamo pure il primato dell’iniziativa di Dio. Nel rispondere, dovevo inevitabilmente far emergere che, alla chiamata del Signore era seguita una risposta, la mia scelta. E via col racconto della mia storia, degli incontri vissuti, delle esperienze illuminanti, ecc. Ogni storia vocazionale è così: l’invito di Dio attende e sostiene una scelta.
E’ bellissimo il significato della parola “scegliere”: eleggere la parte migliore. La vocazione è una chiamata che va scelta perché è la parte migliore per me. Non è facile e non è mai stato facile.
Mi sembra che oggi in particolare ci siano alcuni “ostacoli” che fanno far fatica nella scelta, non solo vocazionale:
- il senso di solitudine che viene dalla non condivisione della fede, delle intuizioni profonde, delle esperienze spirituali che scaldano il cuore; e così un giovane si sente “strano” rispetto ai coetanei (ma accade anche agli adulti negli ambienti di lavoro o di svago);
- la mentalità del ‘tutto e subito’, che non ammette la rinuncia o l’attesa, che insegue la soddisfazione e non coltiva invece il desiderio;
- l’esempio di cristiani indaffarati nella vita pastorale ma dai quali non emerge così evidente la centralità del Signore Gesù e la bellezza della vita;
- la poca dimestichezza con la preghiera come un tempo di intimità con Dio.
Eppure accade… che qualche ragazzo o giovane si lanci nella sfida della scelta. E così inizia un dialogo con qualche persona disponibile e attenta, poi un percorso di discernimento, poi la scoperta della parte migliore quando appaiono i segni che il Signore pone lungo il cammino. Segni, non certezze: è la pedagogia di Dio che provoca la libera adesione, accetta le nostre lentezze, accompagna i timidi passi. Se la fede illumina i segni, allora è possibile il salto: scelgo la parte migliore, la mia vocazione! Ci sono delle condizioni che favoriscono tutto questo:
- una comunità nella quale si veda la fede: significa la presenza di relazioni dove si condivida la conoscenza di Gesù e la preghiera, dove si possa parlare senza vergogna della propria esperienza spirituale, dove la carità cristiana è esperienza normalmente presente, dove i cristiani sono aiutati a maturare una serena e coraggiosa presenza nel mondo;
- qualche esempio di preti felici, “presi” da Dio, dai tratti umani semplici come l’accoglienza e il sorriso, appassionati del Vangelo senza protagonismi e con amore per la Chiesa e per il mondo;
- dei tempi dedicati in modo speciale alla vita interiore abitata dallo Spirito.
Quando ci sono queste, e altre, condizioni favorevoli, non è più così ardua l’impresa. Anzi, quando il cuore si arrende e si lancia anche timidamente nella scelta di rispondere alla chiamata, accade che il panorama, inizialmente un po’ nebuloso e incerto, si apra a scenari che incoraggiano e confermano. Il Signore non fa mancare ciò di cui abbiamo bisogno per seguirlo.

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