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Shahbaz Bhatti: i frutti preziosi del martirio

Ricordati a Treviso i 10 anni dalla morte del ministro pakistano per le minoranze, ucciso a 43 anni da estremisti che volevano spegnere il suo impegno a favore dei poveri, degli emarginati e dei perseguitati per la loro fede

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Shahbaz Bhatti: i frutti preziosi del martirio

“Quella di Shahbaz Bhatti è un’eredità da raccogliere e da mettere a frutto a favore dei poveri, dei perseguitati e dei tanti senza voce”: l’invito del vescovo Azad Marshall, presidente del Consiglio nazionale delle Chiese in Pakistan, è risuonato nel salone del vescovado di Treviso sabato 10 luglio, in occasione della commemorazione del decimo anniversario dell’uccisione del ministro per le minoranze, avvenuta a Islamabad il 2 marzo 2011.

Una testimonianza video, la sua, come altre che sono state proiettate, durante il momento commemorativo. La vita di Shahbaz Bhatti fu stroncata a 43 anni da estremisti che volevano spegnere il suo impegno a favore dei poveri e delle tante persone emarginate e perseguitate per la loro fede in Pakistan. Primo cattolico a ricoprire tale incarico in un paese a maggioranza musulmana, il suo impegno politico si è rivolto soprattutto nel contrasto alla legge sulla blasfemia, usata in modo arbitrario e soprattutto contro i cristiani.

Tra i casi da lui seguiti il più noto è quello di Asia Bibi, la donna, madre di cinque figli, che era stata condannata a morte per blasfemia. Per lei, anche grazie all’impegno di Shahbaz e poi del fratello Paul - che ha ricoperto in Pakistan, dopo la morte del fratello, l’incarico di consigliere speciale del Primo ministro per le minoranze religiose -, si sono mobilitate moltissime persone in tutto il mondo, tra cui papa Benedetto e papa Francesco. Dal 2018, dopo 9 anni di carcere, Asia Bibi è una donna libera, assolta dalle accuse. E anche la sua voce è stata ascoltata grazie a un video in cui lei stessa esprime gratitudine per la vita di Shahbaz: “Mi è stato accanto e per questo è stato ucciso.

Egli ha aiutato tanta povera gente e povere donne come me che erano oppresse e senza speranza”. Ma i presenti hanno potuto ascoltare anche la voce di Shahbaz, che in una intervista rilasciata poco prima della sua morte, dichiara: “Io credo in Gesù Cristo che ha dato la sua vita per noi. So qual è il significato della croce, io sono un discepolo della croce e sono pronto a morire per essa. Vivo per la mia comunità e per le persone che soffrono e morirò per difendere i loro diritti”.

Il momento di ricordo è stato promosso dall’associazione “Missione Shahbaz Bhatti” di cui la diocesi di Treviso è tra i soci fondatori, insieme al Patriarcato di Venezia. Nel suo messaggio ai presenti, il vescovo Michele Tomasi ha voluto ricordare “l’opera di un instancabile testimone della fede, servitore della giustizia e del dialogo sincero”, ribadendo l’impegno a promuovere la conoscenza delle attività dell’associazione. Il Vescovo ha anche assicurato “sostegno ideale e materiale alle iniziative per gettare ponti di solidarietà, giustizia e fraternità. Il dono che l’associazione fa a tutti noi è quello di allargare lo sguardo alla Chiesa universale, al mondo intero. Lasciamoci coinvolgere”.

“Un testimone, quello di Shahbaz, che è già stato raccolto da molte persone, in particolare dalla nostra associazione - ha spiegato il vicepresidente, il diacono Francesco D’Alfonso, presentando l’incontro -. Quello di Shahbaz è ora un impegno che deve camminare con le nostre gambe”. Al fratello Paul, presidente dell’associazione, medico che risiede e lavora nella nostra diocesi, il compito di ricordare la figura più privata di Shahbaz, il suo impegno per i poveri e gli emarginati fin da ragazzo, le sue battaglie, ma anche il proprio personale tentativo - da fratello maggiore - di proteggerlo, chiedendogli di lasciare il Pakistan e l’impegno attivo, quando si capì che era nel mirino degli estremisti islamici.

“Ho conosciuto davvero mio fratello dopo la sua morte - ha ricordato -, ho visto i frutti del suo impegno nel dialogo tra i rappresentanti delle diverse religioni ed etnie, ho visto imam piangere al suo funerale, a cui ha partecipato una folla oceanica, e ho capito che un’opera portata avanti con amore e con giustizia apre le porte al dialogo e al rispetto. I cristiani ora si sentono meno soli. La sua testimonianza forse serviva al Pakistan, e io cerco di diffonderla”. Al termine dell’incontro la messa di suffragio in cattedrale, celebrata da mons. Mario Salviato, che ha definito Shahbaz profeta e martire, paragonandolo ai profeti dell’Antico Testamento, grazie ai quali Dio continua a chiamare, correggere, convertire, “profeta di Gesù e del suo Vangelo, che è stato per lui cibo quotidiano”.

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