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Siamo figli di un mendicante d’amore - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Con tre parabole Gesù narra la passione del cuore di Dio nel cercare ciò che sembra perduto: una pecora, una moneta, un figlio. Amore sconfinato, quello del padre verso il figlio, il quale può anche opporre un rifiuto

Siamo figli di un mendicante d’amore - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

La misericordia di Dio non chiede di essere spiegata, quanto, invece, di essere raccontata. Ecco tre parabole che narrano la passione del cuore di Dio nel cercare ciò che è perduto. In questo caso: una pecora, una moneta, e un figlio. Eppure, queste realtà sono tra loro di un valore diverso, perché perdere un figlio non è lo stesso che perdere una pecora o una moneta. Il ritrovare cose o animali ha per protagonista chi si è messo a cercarli, mentre un figlio lo si ritrova veramente solo se anche lui vuol essere ritrovato. C’è sempre la possibilità di non accogliere l’«abbraccio benedicente» (Nouwen) di Dio.

I veri perduti

Tra il figlio minore e il figlio maggiore, chi è il vero perduto? Non sarà forse, alla fine, colui che si rifiuta di entrare nella gioia del padre che fa festa per chi è stato ritrovato? L’indignazione del maggiore, per il particolare trattamento che il padre ha riservato a chi ha buttato via un patrimonio, è pure l’indignazione di tanti “giusti incalliti” incapaci di sintonizzarsi con il cuore di Dio. Gesù sembra dire che la gioia di Dio è infranta non dai peccatori che piangono il loro peccato tra le sue braccia, ma dai giusti che vantano le loro prestazioni di presunta coerenza religiosa, sempre pronti a giudicare gli “irregolari”. E’ significativo che le tre parabole siano provocate dall’accusa rivolta a Gesù di “mangiare” con i peccatori. Perché tanta importanza e disapprovazione per lo stare a tavola con chi è perduto? Perché quello è il modo con cui Dio cerca e recupera chi è perduto. Condividere il cibo è ben di più del nutrire il corpo; è un gesto altamente simbolico di una comunione profonda. Dio stesso si offre come cibo per rivitalizzare la nostra vita. Gesù mangia con tante persone dal comportamento peccaminoso, per farsi lui stesso cibo per la loro vita malata o ferita a morte. E’ cibo di vita eterna, cioè di vi ta vera, piena, che noi possiamo darci.

Una gioia sospesa?

Ecco, però, qualcuno che sembra voler spegnere questa gioia di Dio. E’ sempre quel figlio maggiore che non vuole varcare la porta del banchetto. Nella gran festa che Dio prepara per i “perduti - ritrovati”, continuerà ad esserci sempre chi non vorrà parteciparvi, in nome della propria perfezione morale e in disapprovazione verso chi non è stato “coerente”, come egli, invece, pensa di essere. Ma, ancora una volta, la misericordia di Dio non cessa di stupirci. Quel padre che ha atteso il ritorno del figlio degenere, senza poi chiedersi quali fossero i veri motivi della sopraggiunta “conversione”, ora non attende che il figlio maggiore rientri nella casa del suo amore, ma lui stesso si alza da tavola ed esce a pregarlo di entrare. Poi si ferma, non lo costringe a entrare e, come un medicante d’amore, attende la risposta. Non finiremo mai di contemplare ciò che i padri della Chiesa chiamavano “l’amore folle di Dio”. Ma non finiremo mai, neppure, di meditare sul mistero di un uomo che può opporre un rifiuto all’amore. E quell’uomo, non devo cercarlo lontano o attorno a me. Quell’uomo sono io. 

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