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Siamo immeritatamente amati - V DOMENICA DI QUARESIMA anno C

L’incontro di Gesù con la peccatrice e con i suoi accusatori

Parole chiave: V DOMENICA DI QUARESIMA anno C (2)
Siamo immeritatamente amati - V DOMENICA DI QUARESIMA anno C

Nella quinta domenica di Quaresima ascoltiamo un celebre brano del Vangelo di Giovanni che, per lo stile e i temi affrontati, da molti è considerato come proveniente originariamente dal Vangelo di Luca.
    
Una perla perduta… e ritrovata?
Il racconto proposto dalla liturgia odierna (Gv 8,1-11), infatti, ha avuto una storia molto travagliata: forse proviene originariamente dal racconto lucano, ma per qualche motivo non chiaro è stato inserito nel racconto giovanneo. È possibile che qualcuno lo abbia considerato “pericoloso”: presentare Gesù che non condanna la donna peccatrice, senza neanche verificare che in lei ci sia almeno qualche traccia di pentimento, potrebbe incoraggiare i peccatori a rimanere nella propria situazione di peccato. Senza considerare che, se davvero si chiedesse a chi è chiamato a giudicare la condizione di essere “senza peccato”, si rischierebbe di impedire qualsiasi forma di giudizio: pensiamo cosa succederebbe in tribunale che, per definizione, è chiamato ad emettere giudizi. Pertanto, qualcuno ritiene che si sia tentato di farlo “sparire”: ma grazie a Dio il testo – giustamente considerato come una perla preziosa – è stato ritrovato e conservato per noi con tutta la sua carica di provocazione.
L’invito a verificare se stessi, prima di giudicare gli altri, rimane come un insegnamento fondamentale in ogni tempo; però colpisce ancor di più l’atteggiamento di Gesù nei confronti di questa donna, scoperta in flagrante peccato: è l’unico a rivolgerle la parola e, non condannandola per quanto ha fatto, le offre una nuova possibilità di vita. Non ci è dato di sapere se, in seguito a quelle parole, la donna abbia effettivamente cambiato vita: siamo certi, però, che l’opportunità di farlo le è stata offerta.

Non ricordate più le cose passate
Il comportamento sconcertante di Gesù, a ben vedere, risulta in continuità con quanto il Signore ha sempre fatto. Nella seconda lettura il profeta Isaia, nel momento storico in cui apparivano concrete prospettive per il ritorno in patria dopo l’esilio in Babilonia, incoraggia gli esiliati a non ricordare solo quanto Dio aveva fatto in passato (Is 43,16-21). Come un tempo è stato capace di far uscire il popolo dall’Egitto, così ora (VI secolo a.C.) è in grado di aprire una nuova strada in quel deserto che separa Babilonia dalla Terra Promessa. Affermare che Dio sta per fare una cosa nuova, dopo gli antichi prodigi dell’Esodo, significa riconoscere il suo agire nella storia attuale, non considerandolo più come una semplice “memoria” del passato. Dio è in grado di compiere cose straordinarie anche oggi. In questa prospettiva il Salmo 125 testimonia probabilmente lo stupore per il ritorno dei primi esuli dall’Esilio e invita chi non è ancora tornato in patria a guardare avanti con fiducia. Fare memoria di quanto Dio ha operato nel passato è importante solo se permette di aprire gli occhi su quanto sta compiendo nel presente.
Ma dov’è la continuità con il brano della peccatrice non condannata da Gesù? L’esilio Babilonese è sempre stato considerato come la giusta conseguenza delle ripetute infedeltà del popolo di Israele; il ritorno, invece, non è dovuto alla fedeltà del popolo ma, ancora una volta, a quella di Dio alla sua promessa. Il Signore è intervenuto a salvare il suo popolo solo a motivo della sua misericordia: offre agli Israeliti una nuova possibilità senza che questi abbiano dato segni reali di pentimento e conversione. Corre ancora il “rischio” di anticipare la sua grazia, senza garanzia di una risposta positiva.

Sono stato conquistato da Cristo
San Paolo ci offre una lucida testimonianza della sua esperienza personale nella seconda lettura (Fil 3,8-14), aiutandoci a comprendere che sempre e comunque Dio anticipa la sua grazia nei confronti dell’uomo. Prima della svolta sulla via di Damasco non era segnato da chissà quali peccati ma, anzi, era rigoroso nell’osservanza della Legge. Considerava un “vanto”, quasi un merito da esibire anche davanti a Dio, la sua coerenza. Si può immaginare che potesse usare espressioni di questo tipo: “Se il Signore mi dona qualche benedizione, in fondo me lo sono anche meritato, per il mio impegno e rigore nel rimanere fedele alla sua Legge”. Ma a un certo momento scatta qualche cosa di totalmente nuovo, che lui stesso definisce come un essere “conquistato da Cristo”. Solo chi si scopre immeritatamente amato da Cristo può dire di averlo pienamente conosciuto.

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