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Sinodo: il valore del metodo

L'intervista a Pierpaolo Triani, membro del Coordinamento nazionale per il Cammino sinodale in Italia, che mette in luce l’importanza dell’ascolto spirituale, in cui poter narrare esperienze dove si riconoscano i doni dello Spirito. E guarda anche al futuro e alla possibile restituzione alle diocesi di quanto emerso

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Sinodo: il valore del metodo

“Conversazione spirituale”: il termine, destinato a diventare abituale nel Cammino sinodale, si riferisce al metodo appartenente alla tradizione ignaziana, che andrebbe adottato con efficacia nei gruppi sinodali a livello locale. Ne parliamo con il prof. Pierpaolo Triani, pedagogista e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, membro del Coordinamento nazionale per il Cammino sinodale in Italia.

Prof. Triani, quando si dice che “basta saper ascoltare per camminare insieme” non s’intende rinunciare a una metodologia. Perché essa è importante?
In primo luogo perché punta ad attivare quei processi di condivisione, di ascolto e di passaggio dall’«io» al «noi» che devono caratterizzare questa prima fase cosiddetta narrativa del Cammino sinodale. In secondo luogo, l’attenzione al metodo vuole esprimere un significato importante: che il camminare insieme deve avere come elemento imprescindibile la disponibilità all’ascolto dell’altro. Così da scoprirsi l’uno dono per l’altro nell’ascolto, ma anche da sapersi mettere all’ascolto dello Spirito Santo che parla nella vita delle persone. Questo è il dinamismo che sempre dovrebbe animare la vita della Chiesa.

Entriamo nel dettaglio della “conversazione spirituale” come dinamica dell’ascolto: su che cosa è basata? E, prima ancora, da dove viene?
Questo metodo è stato suggerito dallo stesso vademecum per il Sinodo universale e riprende lo stile di un ascolto in profondità in una prospettiva di discernimento. Consiste in tre fondamentali passaggi da rispettare nel lavoro di gruppo.

Quali sono, in sintesi?
L’ascolto delle narrazioni, dove ogni persona racconta un’esperienza a suo avviso significativa sulla base dello stimolo di una domanda che accomuna tutti; c’è poi la fase della risonanza, in cui non si commenta per prendere posizione, ma si esprime in che cosa si è rimasti toccati. Infine la terza fase, quella della raccolta dei frutti: si punta a mettere in luce quali punti sono più condivisi, quali sono gli elementi di unità e anche quelli di differenza emersi dai racconti. La logica di fondo in questa fase narrativa è esercitarsi all’ascolto per fare emergere dalle esperienze i punti di forza del nostro camminare insieme attraverso una prospettiva esistenziale.

Potremmo dire che la “conversazione spirituale” non serve a tener vivo per forza il dibattito...
Non è questo l’obiettivo. Ci saranno poi durante il Cammino sinodale alcuni momenti in cui si approfondiranno alcuni concetti, ma in questa fase il confronto deve essere principalmente esperienziale per riconoscere i segni dello Spirito: per questo viene definita appunto conversazione “spirituale”.

In via teorica, suffragata peraltro da altre esperienze di gruppi parrocchiali, si registra una difficoltà in contesti di paesi molto piccoli, in cui tutti si conoscono o sono legati da rapporti di parentela: la difficoltà di aprirsi con sincerità e narrare vicende o situazioni che possono anche essere note. Non vede questo problema?
Certamente ci sono dei contesti in cui non siamo abituati a un racconto esistenziale. E di fronte a una persona in difficoltà a parlare consiglierei di rispettare il suo silenzio. Ma quando si dice di narrare un’esperienza si invita a raccontarla in quanto risulta personalmente significativa, però nel massimo rispetto di quello che le persone sono disposte a dire. In questo senso - anche per le esperienze e le sperimentazioni avviate - queste difficoltà si riscontrano, ma vediamo che quando c’è un clima di rispetto e di ascolto vengono gradualmente in gran parte a cadere. Importante è che all’interno del gruppo vi siano alcune persone che si mettono in gioco attraverso il racconto di un’esperienza: è importante lasciarsi sollecitare dalla domanda. Non è una narrazione narcisistica di sé, quanto piuttosto capire quale esperienza ecclesiale o personale quella domanda ha suscitato.

Un ultimo aspetto riguarda la terza fase, quella della raccolta. Emerge fin d’ora la preoccupazione che la sintesi venga eseguita da altri in modo arbitrario o grossolano e quindi che tanta della ricchezza emersa dal confronto finisca sprecata...
E’ importante affrontare questa preoccupazione, ma credo siano decisivi alcuni passaggi.
Il primo è quello che prevede che già nel gruppo sinodale si dedichi il momento finale alla costruzione comune della sintesi. Non significa che la si debba scrivere insieme - ci penserà il facilitatore con l’aiuto del segretario - ma è importante che si condivida quanto è emerso. Ci vedo già il primo passaggio dall’“io” al “noi”. Secondo aspetto importante è che a livello di zona o di diocesi ci sia una restituzione a quanti hanno partecipato. È evidente che una sintesi scritta delimita per sua natura e non potrà riportare tutta la ricchezza di quanto emerso, ma essa è un dono prezioso per la diocesi stessa ed è importante poterne fare tesoro; quindi restituire quanto emerso attraverso il Consiglio Pastorale diocesano o altri momenti zonali.

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